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giovedì 5 gennaio 2012

loading - episodio 11. La gatta di casa


Gli uomini continuano a parlare, alimentando un rumore di fondo indistinto. Vorrei sapere di più, forse anche partecipare o almeno capire se potrei farlo, ma ogni volta che mi avvicino le parole risultano incomprensibili, come un cristallo di neve che si liquefacesse al mio approssimarsi. Comincio a pensare che parlino una lingua straniera e che certe parole suonano simili per una specie di inganno. Rovisto in quella piccola folla considerando i volti carte di un mazzo sparpagliato, un mazzo di carte vive e insubordinate che hanno appena scoperto di poter esistere al di fuori di un gioco prestabilito. C'è dell'eccitata spavalderia, in loro. Qualcuno ha il dorso rosso, qualcuno blu: si voltano un poco, per mostrare agli altri a che fazione appartengono, quindi riprendono a dirsi quel che avevano sospeso per un momento. Picche, cuori. Il re, il re governa ogni cosa, è a lui che alla fine dovranno chiedere di redigere il risultato. Da quello che avevo giudicato solo uno spiraglio, sulla destra, in fondo, e che invece è una porta vera e propria, viene fuori qualcuno. Due lunghe gambe nude e muscolose, levigate e lucide, ferrate alle estremità da un paio di sandali dal tacco sottile e vertiginoso, sbucano come una chimera dalla sua tana. Nonostante da sole siano del tutto umane e perfette, un attimo dopo quelle gambe sembrano appartenere a uno struzzo, perché è l’insieme, è il resto di ciò che subito compare dalla soglia che le fa apparire così. La ragazza indossa ancora quell’assurdo gilet di pelliccia, che ora sembra ancora più gonfio e grottesco, e la fa apparire sgraziata e insolente in parti più o meno uguali. La testa è senza espressione, e non sembra accomunata a uno solo dei dettagli che l’hanno preceduta. Al di là di quell’avanzo di animale morto, e dei sandali, non indossa altro. Con i tacchi inchioda ad ogni passo la moquette lurida dell’insolita passerella che qualcuno ha srotolato chissà quanti decenni fa, forse per la visita di un ospite di riguardo, e l’incedere lascia segni che sembrano quelli di un minuscolo predatore o di un piccione dalle dita amputate. Nessuno, indifferente a uno qualsiasi dei tanti motivi che riterrei ragionevoli, si cura di lei. Neanch’io, del resto, mi meraviglio di incontrarla ancora. Stretta nel suo pittoresco non-abbigliamento si aggira per la sala, senza cercare l’attenzione di qualcuno in particolare. Neppure io, ora, le interesso. Si rivolge chiaramente alle cose. Ha in mente un oggetto, e lo cerca come si cercherebbe una foglia dal profilo ben preciso in mezzo a una foresta, senza pretendere cioè che possa servire altro che la fortuna. Ma lei è forse il tipo da fortuna sfacciata, ed è per questo che non smette di cercare. Così, muovendosi con un leggero e svogliato movimento delle anche, propizia la buona sorte, e traccia delle traiettorie elicoidali che avviluppano i tavoli e le sedie, e i contenuti umani che incidentalmente li arredano. Come una gatta di casa nessuno si cura di lei, mentre spruzza da sotto la coda i suoi odori, e si soddisfa di qualche contatto accidentale, ma tutti sanno che c’è, e ne traggono una gran piacere.
Passa anche dalle mie parti, e io rimango volutamente fermo, immobile, e forse mi auguro di sembrarle una cosa anch’io, un oggetto a sua completa disposizione e, chissà, magari anche utile. Inspiro più forte, vorrei risucchiarla, almeno un poco, almeno qualche sua cellula superficiale. Uno di quei capelli mi basterebbe, uno di quei sottili capelli impigliato tra le punte sul mento che poco fa, quando non sapevo se entrare o meno, mi hanno quasi cartavetrato il polso. Ma come un asteroide che ha ben altre vastità da esplorare non cade nella mia orbita provinciale. 
- Salve - provo così a riagganciarla, sperando nel brusio di sottofondo per evitare scene patetiche.
- Ora ci diamo anche del lei?
- Ciao, allora. Cerchi qualcosa?
- Le chiavi.
- Di cosa?
- No, nessuna chiave. Come hai fatto a crederci? Vedi case, auto, motociclette?
- Ci saranno delle cabine, da qualche parte. Potevano essere le chiavi della tua cabina.
Mi guarda, come un animale che sente un rumore nuovo, artificiale, e inclina la testa stupito delle inaudite frequenze. - Cabine? Quello che vedi è tutto. Non c’è altro a bordo. 
- E dove passate la notte, allora?
- Questa che stai passando adesso, qui, non è notte, percaso?
Mentre mi parla finge di essere ancora più indaffarata, e usa la mano come fosse un piccolo rastrello, rimestando di qua e di là, tra alcuni oggetti alla rinfusa. A un certo punto ci mette quasi veemenza, perché forse mi vede tra quegli oggetti, e vuole spostarmi di forza. Ci sono molti aggeggi metallici, sembrano misuratori, e anche specie di microscopi o visori. Ghiere, piccole ghiere ovunque. È da quelle che sembra particolarmente interessata. 
- Io credevo che stanotte si trattasse di un caso eccezionale.
- Si vede che sei in cerca di eccezioni

venerdì 23 dicembre 2011

Loading - episodio 10. L'ultima sedia

Così quello è il capitano. È come dovrebbero essere tutti i capitani, dotato di barba, maglia a collo alto di lana grossa, naso lungo e sottile, occhi che comprendono ancor prima di aver visto. Ma io non devo essere - volutamente - entrato nel suo orizzonte. Ho fatto un bel tonfo entrando, eppure nessuno si è girato. Stanno a un tavolo, parlano, bevono, due o tre stanno anche mangiando qualcosa, lo capisco dal rumore di posate a tratti molto operose. La prima cosa che vedo sono i bicchieri, di latta lucente. Sopra il tavolo un lampadario da cucina spartana, con il piatto anch’esso di latta, che oscilla leggermente mescolando la luce cremosa emanata dalla grossa lampada appesa sotto. Mi viene appetito, mi avvicino, cerco di richiamare la loro attenzione. In un angolo c’è il marinaio che mi ha accolto, ma adesso è tutto avvolto in una vecchia coperta, allungato su una sedia con gli occhi chiusi. È questo il suo sonno abituale, si vede. Non ci sono brande?, mi chiedo. L’atmosfera nel complesso è allegra ma avvicinandomi percepisco delle parole che suscitano qualche tensione, si parla forse di un errore nella rotta, di un guasto alla strumentazione, di un problema tecnico. I sorrisi che vedevo appena entrato, da vicino sono più delle smorfie di inquietudine. Il capitano ha alzato un momento gli occhi su di me. Gli è bastato uno sguardo dalla cintola in su per capire che razza d’uomo sono. Non devo averlo interessato, perché ha ripreso immediatamente i suoi discorsi senza neppure bisogno di pensare a dov’era arrivato. Gli altri lo hanno imitato e fanno come se non ci fossi. Io ne approfitto per curiosare tra gli avanzi dei loro piatti con l’impertinenza di un randagio. 
La sala in cui mi trovo assomiglia a un salone. Qui gli uomini mangiano, passano gran parte della giornata e, a quanto pare, anche della notte. C’è un odore di carta bruciata che copre quasi del tutto il salmastro. In una specie di credenza sono affastellati centinaia di documenti. Da come sono disposti si direbbe siano caduti forse più di una volta, e che qualcuno li abbia sistemati alla rinfusa, come una valigia dell’ultimo momento. Nel piccolo tavolo di fronte a quello grande sono poggiati alcuni strumenti. All’improvviso, mentre credo di essere ormai svanito nel nulla, sento una voce netta e pungente che si rivolge chiaramente a me e mi aggancia come un grosso amo metallico: - Non li tocchi -. Non c’è alcuna tensione, ma il capitano vuole essere certo che quell’eventualità, che forse qualche mio gesto aveva ventilato, non si verifichi in nessun caso.
- No, certo - dico senza avere il tempo di prepararmi per quella mia prima emissione di voce in pubblico. Riavvolgo i miei passi e mi allontano cautamente da ogni tavolo. Ora cerco una sedia, e stranamente non ne trovo a disposizione. Ce n’è solo una libera, ma si trova a due posti alla sinistra del capitano. Dopo qualche incertezza quella sedia diventa la massima cosa cui abbia mai ambito. La vista della sua seduta lucente, concava, accogliente, è ormai un richiamo. Comincio a immaginare tutti i possibili percorsi che mi potrebbero portare ad essa. Fantastico sulla sensazione che proverei a starci seduto. Non vorrei in nessun caso distrarre il capitano, o infastidirlo, o nuocere in un modo qualsiasi alla sua conversazione, ma temo ogni momento di più che l’unico modo per raggiungere quella sedia sia passargli davanti.

Loading - episodio 9. Discesa

Non provo sonno, anche se dovrei ragionevolmente provarlo. Ma forse è stata l’emozione, è l’adrenalina che ancora non smaltisco, fino a un momento fa ero in balìa del mare e del suo nero, adesso tutto è cambiato, è ricominciato. Non me ne sono reso conto, si sa in casi come questi come funziona, tra un minuto avrò il crollo. Ma la verità è che è come se non fosse successo niente, e come se non aspettassi niente. Non sono veramente scosso, si direbbe che non sia passata attraverso il mio corpo nessuna emozione: ho compiuto dei gesti, prevedibili, e poi, trovata questa ringhiera mi ci sono avvinghiato come farebbe un animale cui si è guastato qualche meccanismo istintivo e non sa più niente del branco, degli istinti, della tana. Non sono neppure annoiato. Sono molti minuti che dico di andare sotto coperta. Ma perché dovrei? La vocina è sempre più flebile, convince sempre meno, evapora quasi tutta prima di arrivare alle mie orecchie. Intanto però mollo la presa, e ritiro le mani facendo una certa fatica. I palmi sono piagati, non sento nulla però, sono le mani bianchicce e segnate da lunghe fessure infiammate di un altro, di qualcuno che non mi interessa neppure conoscere. Potrebbero essere di un manichino. Se non avessi visto quei segni ripugnanti, che sottolineano come pieghe di un tessuto bruciato le basi delle dita, se non le avessi viste per caso, con la parte bianca dell’occhio, non avrei saputo in che condizione si trovano le mie mani. Ho bisogno di luce, adesso, devo controllare. 
Così decido di andare sottocoperta. Ho cercato una via diversa dalla pertica, una scala che pure deve esserci, almeno per risalire, ma non l’ho trovata. Nel brevissimo giro di perlustrazione sul ponte ho trovato una porta, forse blu o verde, con una chiusura stagna da sommergibile. Deve essere quello l’accesso alla scaletta, non ho dubbi, ma non mi sono azzardato a toccare. Intanto però i miei piedi hanno compiuto quasi i passi di un gradino, poi di un altro, così, da fermo. Ho visto un cartello sopra la porta, privo di parole ma il disegno stilizzato è molto eloquente: due fauci di uno squalo che emergono spalancate sopra due onde parallele, e un omino che ci precipita dentro, proprio in bocca al pesce affamato. All’inizio mi è sembrato qualcosa di spiritoso e ho sentito gli angoli della bocca arricciarsi istintivamente. Poi mi è venuto un dubbio e ho guardato in direzione dell’unica luce che si vede, che è stata dietro la mia testa per tutto questo tempo, e che ora mi passa da un lato all’altro della fronte a seconda di come mi muovo, una cabina a prua con le pareti in vetro cui si può accedere solo dall’interno e che emana un bagliore desolato. Se c’è qualcuno che guida la nave è immobile, seduto da ore. Mi sarei accorto anche della più piccola ombra, del minimo movimento. Il rumore dell’acqua che attraversiamo senza fretta assomiglia al fruscio di una seta pesante, uno strascico che qualcuno dietro di noi continua a tirare. Noi: io e il vecchio? E basta? Magari c’è un sistema automatico. Mi trovo già sulla pertica, avvinghiato come una scimmia inesperta di questo genere di alberi. Basterà allentare un poco la presa e sbucherò anch’io di sotto.

domenica 18 dicembre 2011

Loading - episodio 8. Quella strana sensazione

Sono ore che navighiamo, ma l’orizzonte è ancora lì, immobile. È come se qualcosa non funzionasse in quello che vedo. La nave si muove, di questo ne sono certo. Mi sporgo per vedere meglio la poca schiuma lungo i bordi. Mi è impossibile da dove mi trovo andare fino a poppa, ma vedo comunque, alla poca luce che c’è, il biancore spettrale di una porzione della scia. Per un attimo, un solo attimo, penso che se andassimo alla stessa velocità della rotazione terrestre quello che appare ai miei sensi sarebbe possibile. Sarebbe come inseguire un’alba che non arriva, ma poi no, poi capisco che ho fatto i male i conti. Non puoi inseguire un’alba, puoi solo tenerla faticosamente alle tue spalle, come un branco di lupi affamati. È invece tecnicamente possibile inseguire un tramonto, ma comunque i conti non tornerebbero. Ci vorrebbe un jet, non una sorniona imbarcazione che andrà a dieci, quindici nodi al massimo. E poi ricordo perfettamente che era notte, prima, nella roulotte, e il tramonto è per definizione l’inizio della notte, non la sua conclusione. Mentre ricompongo queste considerazioni frammentarie, cercando di ottenere dall’insieme anche un solo dettaglio con cui possa sostenere decentemente una ipotesi, e che mi suggerisca il prossimo gesto, e anzitutto se c’è un gesto qualunque da fare, mi sento trascinato verso l’alto. Un cavo ha portato i miei occhi e la mia testa dove cominciano tutti i cavi, dove le carrucole cigolano e concedono gli spostamenti. Vedo ogni cosa come se fosse in miniatura. La nave è una riproduzione giocattolo, io un omino dai movimenti limitati, solo quelli previsti da articolazioni semplici, il mare una vasca allestita da giocatori fanatici che assistono divertiti alla scena. Ogni singola porzione di questo modello ha non più di due gradi di libertà. C’è un bordo, poco lontano da dove mi trovo, e forse loro sono affacciati a quel bordo, così come io a questa ringhiera sudicia per il salmastro, ma non posso vederli per via del buio. L’idea che a un certo punto, guardando fisso il nero sopra l’orizzonte appena percepibile, ci siano delle sagome, delle teste, dei profili umani giganteschi, mi riempie di angoscia. Sono loro che azionano le pompe che muovono l’acqua e danno l’illusione che sia il rimorchiatore a muoversi. No, non è vero neanche questo. Mi dovrebbe riempire d’angoscia, ma non succede. È la stanchezza la colpa di tutto, anche di questa distanza dalle mie abituali sensazioni. Ho scatole vuote disseminate lungo il corpo e la mente. Scatole che in una condizione del genere si riempirebbero normalmente di angoscia, freddo, paura, inquietudine, rabbia. Ma ora sono troppo stanco, e queste scatoline non riescono a riempirsi, e io mi meraviglio che rimangano vuote. Si negano con le loro esili palpebre di cartone. Sono evidentemente esausto e pochi minuti passati sul ponte mi sono sembrati ore. Devo decidermi ad andare sotto coperta, anche se non sento freddo. Sono stanco anche se le gambe non mi si piegano affatto. Mi devono offrire almeno un caffè e delle ragionevoli spiegazioni. 

venerdì 16 dicembre 2011

Loading - episodio 7. L'attesa dell'alba

Sono stato accolto con indifferenza. Salito a bordo mi sembrava di aver messo piede sulla terraferma, una terraferma di robusto metallo che risuonava a ogni mio passo. Il tizio che mi ha porto la scaletta non ha detto una parola, ha sorriso appena, e nel farlo ha cancellato per un attimo la sua età. Poi è sparito, forse perché voleva che mi godessi da solo, avvinghiato alla ringhiera oleosa di questa specie di rimorchiatore, la visione della sagoma della roulotte che si allontanava. Quella specie di creatura galleggiante mi era appartenuta, e io cercando di ricostruirla nel buio quasi totale - soprattutto adesso che i fari erano stati indirizzati altrove - mi chiedevo se ci avessi lasciato qualcosa di importante. 
Non mi aspettavo certo delegazioni o onori particolari, ma nessuno sembra essersi accorto di me. Il vecchio marinaio è tornato nella pancia della nave, l’ho visto calarsi per una specie di pertica in metallo e ho sentito distintamente il tonfo anch’esso metallico del suo atterraggio. Come fosse un ragazzino. L’imbarcazione è piuttosto grande, ci saranno almeno una ventina di uomini d’equipaggio a bordo. Ho la sensazione paradossale di trovarmi a una festa, ma come un perfetto estraneo che aspetta in giardino. All’interno di una villa della gente che si conosce da tempo si sta divertendo, e io non so se entrare o meno. Così resto ancora sulla balaustra, proteggendomi con la coperta che mi è stata offerta, e che indosso come una specie di saio. 
Appena mi rendo conto di questo, di quanta forza metto per stringere la coperta di lana scadente e infeltrita all’inverosimile, mi accorgo anche di un’altra cosa, e cioè del fatto che non provo freddo. Nella roulotte, a un certo punto, stavo quasi gelando. Ma forse era la paura. Qui, benché mi trovi piuttosto in alto, e senta il vento del mare che mi schiaffeggia quasi, non ho freddo. Perché dovrei fingere di aver freddo, allora? Lascio che la coperta mi cada alle spalle, fregandomene del fatto che possa rovinarsi. Cosa mi importa? Che ospiti del cazzo! Non uno che mi sia venuto ad accogliere. Mannò, non mi interessa neppure questo. Perché fingo di arrabbiarmi? Non sono affatto adirato, e non trovo neanche tanto scandaloso il fatto che mi stiano ignorando. Saranno intenti a far andare avanti la nave. È notte piena, alcuni di loro dormiranno profondamente, cullati dalla regolare andatura della nave che ha ripreso il suo viaggio dopo la sosta per salvarmi. Dove stanno andando? A est - ma lo deduco soltanto dopo - c’è una sottilissima, quasi impercettibile linea più chiara, e quella sembra la direzione. Il mattino è vicino. Con questa stagione forse sono le quattro, più o meno. Visto che non provo alcuna sensazione sgradevole, neppure stanchezza, resterò qui, immobile, almeno finché non sarà sorto del tutto.

lunedì 12 dicembre 2011

Loading - episodio 6. Lasciare andare, lasciarsi andare

Peggio per lui. La distanza siderale da quello che ero mi fa quasi ridere. Sotto le dita che rovistano senza l’ausilio degli occhi sento quasi subito quello che mi serve. Devo acciuffarlo, prima. Tramutarmi in gatto. Ero quasi vegano, non mangiavo carne terrestre: pescetariano per la precisione. E ora, invece. Ma se non ho neppure fame, perché dovrei? Perché è un intruso, anzitutto, di topi in gabbia uno è più che sufficiente. Trema, poverino, trema tutto. E poi io ho bisogno di proteine. Coi chiodi arrugginiti gli pianterò quelle stupide zampette e sarà il cristo della sua specie. Mi dovrebbe ringraziare. Mentre l’animella che ancora gli fluttua vicino la coda esalerà io ingoierò il suo corpo, pezzo a pezzo, senza neppure scuoiarlo. Mi illumino quando concepisco come procedere. Voglio che abbia le mie stesse cicatrici, che riporti anche lui sulla pancia un ferro di cavallo rovesciato. Che si dimeni, che si dimeni pure. Eccolo, è in un angolo. Ho sfasciato mezza roulotte per costringerlo dove è adesso. Se avesse delle spalle sarebbe spalle al muro. Ma tu, topolino, non ce le hai le spalle! Hai una schiena pelosa e sudicia, che tra un poco mi solleticherà le gengive. Ormai è questione di momenti, devo solo calarmi sul suo corpicino fremente, schiacciarlo nel palmo e succhiarlo ancora caldo, come fosse un uovo. Ma il farabutto è ancora veloce, ha ancora presenza di spirito. Salta, sguscia, non so come abbia fatto ma è già altrove, a sinistra, dietro. È un gioco, un divertentissimo gioco, divellere una delle mille antine di questa merda di casa galleggiante e lasciarmi andare, sentire le braccia che mi fanno male e diventano il cuore pulsante del mio vigore. Colpisco, alla cieca, senza neppure curarmi se il ridicolo mammifero è sotto i miei colpi o no, frantumo, produco un boato continuo che mi investe benefico e privo di qualunque ipocrisia. Sto generando il caos e non riesco a fermarmi. Ma ucciderlo così… Provo a rallentare, a togliere linfa al gusto, comincio a ripetermi, come posso, una parola alla volta, che è barbaro e inutile, che se proseguo procurerò delle falle alla lamiera, finiremo giù entrambi. 
Un’onda colossale ha appena investito il guscio, che è salito come sulle montagne russe. Io ho sbattuto la testa, ho lasciato andare la mia arma. Poi ancora due, tre onde ma meno elevate. So cosa significa. Riesco a rimettermi in piedi, anche se sono tutto dolorante. Il pensiero che scandisco è: Voglio godermela tutta, non voglio restare per terra. Nel giro di qualche secondo una luce azzurrina entra nel mio loculo, forte e indiscreta, sciogliendo le sagome e i colori che avevo percepito finora, e che mi ero rassegnato a considerare il mio ultimo carnevale. Il topo ne ha approfittato per svignarsela. Sono immobile, rigido sulle gambe come se sotto i piedi ci fosse un enorme surf, e da me dipendesse il mio stesso galleggiamento. L’onda si è smorzata, ma cominciano delle piccole vibrazioni continue. Anche questo so che cosa significa. La luce va e viene, come l’occhio di bue su una comparsa, mentre questa specie di barcone si mette a oscillare, a beccheggiare, a rollare. Finalmente il segnale che aspettavo: una lunga, profonda sirena di nave, come il sospiro di una gigantesca balenottera inquieta. Mi decido a lasciare la mia posizione e sporgermi verso uno dei due oblò, graffiati tanto da essere diventati opalescenti. Ormai ne sono certo, spetta a me alzare un braccio, fare un segno qualsiasi. 

venerdì 9 dicembre 2011

Loading - episodio 5. Uomini, topi

Non mi ci vedo a morire così. Adesso che so come stanno le cose avverto la roulotte oscillare, come farebbe un qualunque barcone di lamiera. Non era il mio stomaco, né la testa a fare capricci. Per fortuna non c’è vento, sembra che tutto sia sospeso. Non ho visto stelle, ma non ho alcuna voglia di guardare di nuovo. L’unica lampadina, penzolante poco sopra il lavello, emette una luce da frigorifero, eppure riesco a trovarla di conforto. Non ho alcuna idea di dove si trovi la batteria e per quanto tempo durerà ancora. Penso solo che se ci spegneremo assieme non sarà tanto terribile. Avrei dovuto assecondarla. La barbie, avrei dovuto farmi sedurre, o sedurla io se era il caso, è così che si fa con gli scemi. Assecondarli e spremerli, e a quest’ora probabilmente mi troverei su un materasso ad acqua, con un sapore di plastica in bocca e un sorriso beota e incontrollabile che mi sale dalla radice del pene. È strano che non provi né fame né sete, né alcun altro stimolo. Da stamattina non ho toccato neppure un sorso d’acqua, però. Che mi abbiano manipolato qualcosa, a livello nervoso, magari come quelli che non hanno il senso dell’olfatto, o del tatto, e possono inalare un veleno per sbaglio o ustionarsi senza accorgersene in tempo. Potrebbero avermi reciso i nervi della fame. Il vago, per esempio, o qualcosa del genere. Sono seduto, la testa mi è scivolata tra le mani, e tengo il mio sguardo fisso sul punto in cui pavimento e parete si incontrano: questa roulotte è sudicia. Anch’io, del resto, lo sono. Emano un odore dolciastro, che a momenti cerco più morbosamente e inalo con un’unica narice. Mi sto convincendo che ci sia anche un fondo di disinfettante, o anestetico, non so, e che assomiglia a quegli ospiti pericolosi, che ogni tanto si è costretti a invitare. Uno di quelli che conosci poco, che esercitano uno strano fascino e potrebbero sfasciarti la casa da un momento all’altro o ucciderti il cane o peggio, violentare te e la tua donna. La cicatrice è grande quasi quanto un pugno, a ferro di cavallo rovesciato, come cioè non si dovrebbe mai mettere: mi hanno cucito addosso un segno della scalogna. Ho già provato a passarmici un dito, sopra, ma non ci sono riuscito. Adesso mi sento più invogliato a farlo. Morire senza essermi tolto almeno questo sfizio? Appena il polpastrello dell’indice destro sfiora l’inizio della cicatrice, che ora mi sembra grande come la cunetta smossa da un roditore, ritraggo istintivamente la pancia, spaventato. Un formicolio mi arriva fino ai talloni per protestare che non è il momento. Ma io aspetto, ho deciso di farlo e lo farò. È il mio corpo, ho ogni diritto. Più lentamente, con un’attenzione che mi sorprende e mi aliena dalla mia stessa mano, riesco a fare in modo che quella creatura sfregiata e oltraggiata che ha trovato riparo poco sotto il mio sterno si lasci avvicinare. La bestiola ha qualche piccolo sussulto, poco ci manca che squittisca. Mi faccio anch’io più coraggio, e dolcemente riprendo a sfiorarla, sentendo le irregolarità adesso come si trattasse di increspature, avvallamenti, strapiombi e io fossi un gigante pronto ad accudire e proteggere queste terre abitate da brava gente. Sento uno squittio per davvero. Mi volto: c’è un piccolo topo bianco dagli occhi rossastri che ha deciso proprio adesso di venire allo scoperto.    

lunedì 5 dicembre 2011

Loading - episodio 4. La preparazione del viaggio

Devo procurarmi tutto ciò che mi potrà essere utile. Dopo qualche minuto che passo ad aprire e chiudere i maleodoranti vani distribuiti diabolicamente in questo spazio claustrofobico mi rendo conto che sto solo perdendo tempo. Anzi continuo a ripetere l’inutile operazione con sempre maggiore violenza. A un certo punto metto una tale foga nel chiudere uno sportello che la baracca sembra venire giù, ed è come se addirittura l’avessi spostata. Sento un rumore dal fondo, come se qualcuno grattasse, un rumore che potrebbe terrorizzarmi. Non so da quanto dura, forse sto solo esagerando e montando ad arte la cosa, perché cerco una scusa per maledire e abbandonare questo posto. Qualcuno - non io, ne sono certo -, ha messo delle lenzuola umide, strizzate malamente e che puzzano di piscio proprio dentro il lavello. Lo avrà fatto mentre ero in spiaggia. Sono bianche con dei vistosi girasoli neri: forse una specie di messaggio intimidatorio che ancora non so interpretare, ma che quando realizzerò mi farà ammattire. Devo andarmene il prima possibile, riposerò altrove, quando e come potrò, perché qui è impossibile trovare la quiete necessaria. Come un gatto o piuttosto un barbone che ha passato le ultime ore a frugare tra i cassonetti, ho raggruppato il deludente bottino su un ripiano per l’inventario. C’è qualche vite, alcuni chiodi storti, un paio di bicchieri in vetro molto grossolano, una mezza dozzina di cucchiaini, un coltellino svizzero senza lame, dello scotch di carta quasi finito, una vecchia rivista enigmistica in una lingua che non conosco e infine del fil di ferro ricoperto, di quello che si usa per chiudere i sacchetti del congelatore. C’è anche una vecchia borsa, una specie di zaino con una cinghia sola che puzza di bitume ma con la cerniera ancora buona. Voglio portare con me anche l’unico cuscino: puzza di muffa e c’è una grossa macchia gialla su uno dei lati, ma dal momento che non ho idea di dove troverò da dormire non vorrei rimpiangerlo. Sono a pezzi, mi sento così debole che la testa mi gira. Dovrei stendermi ma ormai provo autentico schifo per quel materasso. Dovrei mangiare. Il mio stomaco sembra pieno di liquami.
Ma non c’è cibo né acqua qui dentro. Le gambe fremono, benché quasi si sciolgano per la fatica. Vorrei avere un piano, o almeno un’idea qualsiasi che abbia il coraggio di immaginare qualcosa fuori di qui, ma l’unica cosa che so è che se voglio continuare a vivere non ci sono altre uscite oltre quella porta da cui sono tornato - e questo ora mi sembra essere stato un errore gravissimo -, e che probabilmente quei due mentecatti stanno ancora lì, aspettando la mia prossima mossa, forse anche l’ultima. Dove saranno finiti? Magari si sono annoiati. La noia è il sentimento più diffuso, avrà contagiato anche loro. Sono umani, in fondo. È curioso come all’interno della roulotte non arrivi quasi nessun rumore. Mi accosto alla porta. Se faccio aderire l’orecchio alla lamiera gelida sento qualcosa di simile al muggito rauco delle conchiglie, un canto esoterico e indecifrabile, e probabilmente anche del tutto privo di senso. Mi faccio forza e mi decido a uscire, ripetendomi che non ho altra scelta. Ma per quanta forza ci metta la porta non va, neppure a spallate. Infuriato mi ricordo degli oblò. Mi affaccio, e quello che vedo - o meglio non vedo - è terrificante: è notte e sono in mare aperto, imprigionato in questa gelida tomba di lamiera che galleggia per non più di metà.

venerdì 2 dicembre 2011

Loading - episodio 3. Souvenir di casa

Non sono in vena di filosofia, o di insegnamenti di vita. Non m’importa se quello che dice può avere una parvenza di intelligenza o profondità. A me sembra una specie di scocciatore guardone, calvo e grasso e che probabilmente muore di invidia perché chissà da quanto tempo ha messo gli occhi addosso su quella mezza matta mezza nuda. A questo punto non ho alternative. Il mare non è mai stata una via d’uscita concreta. La spiaggia sembra non finire mai ed è letteralmente ricoperta da leoni marini dalle sembianze un po’ più umane. Il vecchio calvo comincia a leccarsi le labbra e la pazza sembra avere finito le pile: sta ferma, mi guarda, con le orbite rinsecchite. Ora che sono più vicino posso vederla meglio. La faccia è lievemente segnata da butterature, le palpebre sono enormemente gonfie, e quasi si ingoiano gli occhi. La frangetta nera è stata disegnata apposta per correggere le irregolarità del viso. La pelle, sulla fronte, le guance e il mento, è molto lucida, ci si potrebbe intingere qualcosa. Ho vie di fuga? Girando la testa da un lato all’altro sento il collo rigido e teso, ho dolori anche lì, mi hanno conciato proprio bene. La roulotte è ancora dove l’ho lasciata, con la porta sgangherata semichiusa. È bianca a fasce marroni, ci sono diversi punti di ruggine. Da fuori si vedono delle assurde tendine a quadretti, dello stesso colore della sabbia. Delle tende spensierate. Sono spuntati dei cespugli, intanto. E dietro, dietro questa specie di uovo di lamiera abbandonato, qualcuno ha tracciato un viottolo. Da quella parte c’è meno gente, e quella che c’è parla tra loro, tutta presa dalle conversazioni. Banchettano come antichi romani, distesi su un fianco sopra i loro asciugamani sporchi. Nessuno si accalora, il tono è sommesso, nessuno grida, nessuno indica, ma tutti tengono gli sguardi fissi sull’interlocutore. La ragazza in pelliccia ha perso ogni iniziativa, sento che tra poco, se io non le darò retta, tornerà da dove è venuta. L’uomo calvo voleva lei, adesso mi è chiaro. Sono stanco. Un’ora, un’ora soltanto. Mi riposerò e poi si vedrà. Ho bisogno di ricominciare dal mio zero più recente.

Non credevo, ma è come tornare a casa. La sensazione di familiarità mi insinua un dubbio: mi chiedo cioè quanto tempo davvero abbia passato qui dentro. Ho mangiato, dormito, fatto sesso in questa baracca a rimorchio? Riconosco il lavello fatiscente, i sedili di finta pelle squarciati in più punti, il materasso nudo sul quale mi sono risvegliato in un bagno di sudore. Prima, prima di questo, dove abitavo? È un attimo, un attimo solo. Voltandomi per cercare qualcosa di commestibile da ingoiare mi è sembrato di vedere una piccola figura, come di un bambino, intento a scrivere o disegnare su quella ribaltina in formica che dovrebbe fungere da scrivania. Mi assale un’enorme tristezza, la sento acchiapparmi le costole e spingere verso la parta alta del petto, come se stesse per esondare. Non c’è nessun bambino evidentemente, ma basta questo a ricordarmi che molti anni fa, quando avevo sei, sette anni, io vivevo con mio padre in una roulotte come questa. Ce ne andavamo in giro, noi due, mentre una madre e una casa vera erano soltanto una promessa, rinnovata con quella rozza premura di cui era capace ogni volta che quel misto velenoso di noia e solitudine mi faceva affiorare le lacrime e lui non sapeva come ricacciarle dentro.

giovedì 1 dicembre 2011

Loading - episodio 2. Bevi l'acqua del mare

Io spero adesso che quello che vedo, così com’è venuto, sparisca. Anche se dovesse tornare il deserto. Ma la scena è persistente, ed è il caso che mi ci rassegni. Cosa ci fa quella specie di femme fatale in tanga e gilet di pelliccia? Mi sta guardando, è ovvio, cerca la mia attenzione. Eccola, si alza, con un fare gattesco che più che trovare seduttivo mi sconcerta. Ha gli occhi puntati su di me, mi rivolge la parola, io ancora non sento. Dice Mare, mare. Mi prende per mano, mi conduce attraverso asciugamani e resti di picnic a base di corpi umani, percepisco il loro sudore ovunque, le loro puzze che salgono come dai fornelli di una bettola seminterrata. La consistenza delle sue dita assomiglia a quella di una barbie, dita di plastica, scivolose, prive di articolazioni. Con il pollice le scansiono, avanti e indietro. La assecondo e la seguo come un carrellino attaccato a una strana creatura, metà unicorno metà somaro, che potrebbe portarmi ovunque. Qualcun altro mi osserva, un uomo taciturno, seduto sulla sua stuoia, l’unico tra la folla inerte che sembra dotato di una qualche volontà. Assiste al triste spettacolo e aspetta che io faccia qualcosa. Mare, mare, continua a ripetere con voce suadente la mia padrona di plastica. Gli occhi di lui mi puntano, stanno cercando dentro di me qualcosa, una conferma. Ora so che mi stava cercando, che mi aspettava. 
Ho già i piedi in acqua, un’acqua calda che non apporta alcun refrigerio. La donna si è fermata, ha ritirato la sua mano dalla mia e ora la usa per farmi un cenno: Bevi, mi dice. Vuole che beva l’acqua del mare, che mi inginocchi e ingoi dell’acqua salata. L’uomo si è avvicinato, vuole vedere come mi comporto. Io rimango immobile. Ogni volta che la assecondi, la rendi più forte. È lui che ha parlato, con voce bassissima ma comprensibile. La donna lo guarda, evidentemente si conoscono. Mi accorgo adesso completamente della sua bellezza patinata, ha le labbra e gli occhi vistosamente truccati. Se mi trovassi in un’altra situazione troverei il suo assurdo gilet di pelliccia del tutto ridicolo, o addirittura grottesco. Ma adesso mi fa quasi paura, mi sembra il segno di una bestialità pronta ad esplodere. Ora torna a occuparsi di me, e mi indica la roulotte. Andiamo lì, mi dice, abbassando appena le palpebre in un languore che mi dà i brividi. Io guardo l’uomo, lo fisso per cercare di estorcergli qualche indicazione. Non mi fido di lui, non lo conosco, ma qualcosa mi dice che non ho di meglio a disposizione per decidere. Scrolla appena la testa. Alzo lo sguardo. Il mare è piatto, immobile, come se ci trovassimo sulla riva di un lago poco profondo, ma di cui non riesco a intravedere la fine. La costa è dritta, tesa come un argine, per chilometri e chilometri. Vieni, fa lei. Vieni. Ancora la voce dell’uomo che interviene: Stai attento, la paura è desiderio camuffato. 

mercoledì 30 novembre 2011

Loading - episodio 1. Veniamo al mondo in una roulotte

Sonno crudele. Quel genere di sonno che stordisce, e invischia ogni cosa. Come sono finito sul materassino in gommapiuma di una roulotte sudicia non posso dirlo. Ci sono e basta, e ora devo anche trovare le forze per rimettermi in piedi. Dagli oblò di questa specie di cuccia ambulante entra luce, la tipica frivola sfacciataggine del sole che ora è particolarmente fuori luogo. La testa mi fa molto male, una specie di corona di spine sotto l’attaccatura dei capelli. Sotto lo sterno si direbbe che mi hanno scavato con un cucchiaio affilato. Cercavano il mio punto vitale e forse l’hanno trovato. Poi ricollego, e ricordo a grandi linee cosa mi è successo. Qualche scena, anche, che cerco di respingere come posso perché ho già la nausea. Quanti ci saranno al mondo, nelle mie condizioni, ancora vivi? Uno, anche uno solo che abbia resistito? Io sono il risultato di diversi miracoli. Ragione in più per lasciare il prima possibile questo posto schifoso.
Un cigolio di porta, tre gradini fatti con blocchi da costruzione. Posso dirmi fuori. Ho sete, penso che potrei tornare nella roulotte, ma non mi fido, potrebbe esserci veleno nelle bottiglie, ammesso che ci siano bottiglie. Volevano che morissi, o che guarissi lentamente quel tanto da poterci provare ancora? Sono fuori, comunque, e la mia prima decisione è stata presa: non tornerò per nessun motivo indietro. Ma ora che ho varcato la soglia quello che vedo è sconcertante. C’è il sole all’orizzonte, saranno almeno le undici, molta polvere nell’aria, un leggero rumore di vento. E poi il deserto, ovunque. 
Ovunque tranne alla mia destra, a meno che non si tratti di un miraggio, cosa che non posso escludere con questo caldo. In quella direzione, in fondo, si vede una macchia scura. Ora che guardo meglio il deserto non è sconfinato come mi era parso. Ci sono delle montagne all’orizzonte, mi arriva anche l’odore di mare. 
Mi volto ancora. Devono avermi intaccato il nervo ottico. A quanto pare ci impiego alcuni secondi per vedere tutto. Le cose mi arrivano a pezzi, come se dovessi caricare una pagina internet con un vecchio modem. Prima è arrivata la polvere, con il vento. La sabbia, qualche immagine distante. Non mi trovo in un deserto. Adesso sento anche dei rumori, voci di persone. Mi trovo in una spiaggia, ora vedo anche il mare. Deve essere piena estate, perché fa molto caldo e a pochi passi da me c’è una selva di gente.