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lunedì 26 marzo 2012
per riprendere domani
segno coi baci sette punti sul tuo corpo. da essi, domani, riprenderò ad amarti
non credere a chi ha paura del silenzio
Lo vedi, si amano, non c’è dubbio, ma ricordano i pezzi sgargianti delle sorprese kinder, che chissà quanto tempo hanno passato da soli al buio nell’ovetto giallo, e aspettano con la tipica avidità della plastica stampata a milioni le mani goffe di un bimbo qualsiasi per combaciare. Una volta assemblati, come coppia e come ditta, possono tenere banco, e ci raccontano in versi questa loro storia, vicenda di esilio volontario dalle luci, in cerca di un eremo campagnolo che è la succursale senza velluto di un teatro. Festeggiano, di continuo, festeggiano noi, festeggiano loro, siamo tutti ospiti. Sembra di stare al compleanno di un condannato. Come posso credere a chi ha tanta paura del silenzio?
venerdì 23 marzo 2012
Ci pensi?
scelgo un bar un po’ più lontano. mi metto in coda, brioche ai 10 cereali (esisteranno davvero? sono chimere della monsanto?) e caffè macchiato: qui lo fanno buono, con tanta schiuma e le tazze un po’ sguaiate, particolarmente disponibili all’abbocco. la glassa che lega i semini della brioche è un benvenuto alle papille decisamente gradito, si frantuma e ritorna ad ogni atto masticatorio, come un ritornello sempre piacevole, tipo ballo del quaqua. Avevo già notato la cassiera, una donna bella, con gli occhi azzurri e le borse di chi è dalle cinque al lavoro. la divisa nera le dona, ha i capelli di un biondo appena ritoccato legati in una coda. tutta la faccia è stanca, ma mantiene il decoro di chi deve tirare almeno fino alle due. Sono a metà del mio caffè quando le si avvicina un avventore, un tipo da un certo ingombro volumetrico che mi costringe a spostarmi e che ordina qualcosa sottovoce. Si avvicina proprio a lei, si sporge, le chiede di fare altrettanto in modo che l’apparato fonatorio di lui le appiccichi questa cosa segreta quasi proprio sulle orecchie. Non lo guardo nemmeno, non mi va di voltarmi, sento solo la sua voce. Ha una parlata appiccicosa, sempre sottovoce, poi tornano eretti entrambi e lui finisce di ordinare, un bombolone, ‘o bombolone, e un cappuccio, ‘o cappuccio. E poi, aggiunge Ci pensi?, ci vuoi pensare? Dài pensaci, tanto io ho già una moglie e due amanti, ma di lavoro ne posso ancora prendere. Io devo girarmi, devo vedere com’è fatto. A ridosso dei sessant’anni, facciamo cinquantacinque, brizzolato sul bianco, naso a patata carnosa, occhiali di metallo, giacca pied-de-poule, jeans nuovi e stretti, scarpe nuove e alla moda. Dalla vita in giù è giovane, anche perché le gambe sono magre. Sopra è muffa. E lei? Ci pensi?, le continua a chiedere. E lei dice Va bene, senza velleità di difesa. È stanca, ha attaccato alle cinque, ma dice va bene, con gli occhi bassi. Mi fa ribòllere1 il sangue (lo scrivo così, alla siciliana, perché il sentimento è genuinamente siculo e per un momento mi viene voglia di fare il Tancredi) il fatto che non gli arrivi da nessuna parte un ceffone. Non è la combinazione che abbia una moglie e due amanti a darmi fastidio (ci mancherebbe, se sono felici tutti non c’è niente di meglio). È l’evidenza che lei sia stanca, lavori, abbia quelle borse gigantesche, e lui se ne fotta, anzi pensi sopra ogni cosa a quietare il tremolio del proprio prepuzio con quest'altro corpo, senza un briciolo né di dignità né di - peraltro ridicola, ma almeno di qualche possibile divertimento - galanteria. Ora che la guardo meglio è proprio stravolta, le guance sembra che stiano cercando un modo per scivolare sotto la mandibola, pur di smetterla con questi assurdi sorrisi faticosi da cassiera. E imbarazzanti. Lui insiste, ancora, fa il satiro. Ci pensi? Va bene, ci pensa, lei dice che ci pensa. e abbassa gli occhi, pensando che alle due, quando torna a casa, deve farsi lo shampoo.
1da rivùgghiere
lunedì 12 marzo 2012
l'aria è utile
l’aria invece lavora sempre, lo vedi da come consuma il soffitto specialmente, che ora che quasi siamo in primavera spella come un anfibio di smalto. le croste di calce si sporgono, fremono per il solletico della gravità, giocano che facciamo che siamo stelle su un precipizio galattico. Quindi l’aria giova a qualcosa, specie quando inventa e predispone mondi, ed è bravissima a riferire di molecole anche molto lontane. È proprio utile l’aria, a differenza di quel che si crede, specie quando non viene succhiata a tempo, e sciupata per gonfiare dei corpi.
lunedì 27 febbraio 2012
il piccolo Doinel
sul 93, il bus che prendo il pomeriggio per granarolo, c’è un ragazzino di seconda terza media, una creaturina alta sì e no due volte il suo zaino. Sale con me, gli do sempre la precedenza, così posso guardarlo da un numero buono di angolazioni. Assomiglia ad Antoine Doinel, ma proprio quello dei 400 colpi, quello per così dire originale, prima che si viziasse di narcisismo e finisse col non sapere più che farsene dell’amore di quell’angelo di Christine, Christine Darbon. Questo scricciolo spaurito se ne sta nel mezzo del corridoio, con aria fiabesca, spremuto dalle pance e i seni e le tracolle dei grandi e anche di altri ragazzi che sembrano tutti più grandi di lui, e pure la borsa che gli si è arrampicata sulla schiena, con quelle bretelle nere e malamente imbottite, sembra un grosso ragno che vuole farlo finire col sedere a terra. Un paio di volte sono stato tentato di sfiorargli la testa e dirgli Ragazzo, è meglio se lo posi, oppure chiedergli se lo voleva messo in alto, nel portabagagli accanto al mio, anche perché così dà pure intralcio agli altri. Ma io sono sicuro che quello zaino pesa perché dentro c’è del metallo, è un ragazzo sveglio che cerca di non destare sospetti, si mette quell’aria lì, da ingenuo, da spaurito di proposito, e invece dentro ha una specie di mitra smontato che deve portare da qualche parte. Stanno preparando un esercito, dopo Granarolo, c’è anche un bunker segreto, e un pezzo alla volta lui porta tutti i pezzi, perché devono montare un cannone gigante con il quale spareranno su Bologna, o Padova, non so, del resto ancora gli ordini sono imprecisi, ma certo dove si annidano quelli più alti, quelli che in autobus, per esempio, rendono l’aria che non si respira. Per questo lo lascio stare, e mi limito a buttargli un’occhiata ogni tanto. Così, giusto per controllare che non tiri fuori il mitra e faccia una sciocchezza.
martedì 21 febbraio 2012
Io ti voglio felice
Io ti voglio felice.
Anch’io mi voglio felice.
Ne sei certo?
Certo che ne sono certo! È perfino banale.
Non credo, stai attento a dire queste cose. È più facile volere il bene degli altri che il proprio.
Che assurdità! Tutti vogliono il proprio bene. Sta scritto anche nei libri: Ama il prossimo tuo come te stesso. Si dà per scontato che ci si ama.
Tutti?
Tutti, indistantamente. È una cosa di natura.
Ma l’uomo non è tanto naturale.
L’uomo non è naturale? Oggi vuoi stupirmi con i tuoi paradossi.
Non voglio stupire nessuno, nessuno, e soprattutto non voglio stupire te. Ti volevo mettere in guardia.
In guardia?
Certo. Volevo metterti in guardia da chi non vuole che tu sia felice.
Come chi, per esempio?
La proposta dell'ombra
Gebren | - | E qui finisce ogni cosa. |
Anhel | - | Persino la sabbia è più fine. Si arrende. |
G. | - | Già. |
A. | - | Perché ha capito. |
G | - | Ha compreso. |
A | - | Cosa ha compreso? |
G | - | Che oltre il punto in cui siamo seduti non c’è più nulla. |
A | - | E allora si ritrae. |
G | - | Si arrende. Forse è un posto pericoloso. |
A | - | Lo vedi quello? |
G | - | Cosa? |
A | - | Quello. |
G | - | È una torre. |
A | - | È un’ombra lunga. Assomiglia alla tua casa. |
G | - | Che dici? È solo una lunga ombra. |
A | - | Un’ombra che qui non arriva. |
G | - | Anche lei si arrende. |
A | - | L’ombra arriva, del resto, dove arriva la luce. |
G | - | Se non c’è luce non c’è ombra neppure. |
A | - | È una cosa evidente. |
G | - | E quello, quello lo vedi? |
A | - | È un cane. |
G | - | È l’ombra di un cane. |
A | - | Rimane distante, ha paura. |
G | - | È prudente, preferisce non arrivare fin qui. |
A | - | Tu cosa hai portato? |
G | - | Ho portato quanto avevamo stabilito. E tu? |
A | - | Anch’io, io ho portato quanto era stato stabilito. Ma facciamo in fretta. |
G | - | E perchè? |
A | - | Non respiro bene, non vedi che ho l’affanno? |
G | - | Sì, da un po’, sei tutto rappreso. La tua cassa toracica diventa striminzita ogni momento di più. |
A | - | È una cosa mostruosa. |
G | - | Non più di tanto, ci si abitua. A me non dà fastidio. |
A | - | A me sì, però! Che discorsi. Guarda che fatica che faccio a respirare. |
G | - | Facciamo in fretta, allora. Più in fretta facciamo prima ce ne andiamo. |
A | - | Prima ce ne andiamo prima torniamo dov’eravamo prima. Tutti e due. |
G | - | Certo. |
A | - | Una bella cosa. |
G | - | Certo. |
A | - | Una cosa confortevole. |
G | - | Ovvio. |
A | - | Un luogo conosciuto, dove tutti ti conoscono. |
G | - | Sì, quasi tutti insomma. |
A | - | No, proprio tutti. |
G | - | Tranne a quelli a cui non interessi. |
A | - | Ma sono pochi. |
G | - | Dici? |
A | - | Certo, pochissimi. |
G | - | Tu a chi interessi? |
venerdì 17 febbraio 2012
Monsieur Hél
Entrai in quel caffè senza pensarci troppo. Avevo voglia di qualcosa di caldo che mi aiutasse a sostenere il gelido nubifragio che infieriva da ore sulla città e la vista dei tavoli attraverso le ampie finestre del locale era bastata a convincermi. Non appena mi fui seduto e mi venne servita una bella tazza di tè fumante, mi parve di trovarmi in riva a una spiaggia assolata.
Mi ero accorto subito di lui. A quell’ora c’erano si è no cinque persone oltre me, ed era l’unico rimasto con il soprabito indosso. I lembi del lungo cappotto nero, dalle spalle quadrate, quasi militaresche, scomparivano sotto il tavolo come si trattasse di una coperta adagiata sulle gambe. Dentro faceva molto caldo e anche io, come gli altri del resto, ero rimasto in maniche di camicia, persino con un certo compiacimento. Se ne stava ben dritto sulla sedia, come se aspettasse un’ispezione da un momento all’altro. Vigile anche in faccia, e io pensai guardandolo che un bel paio di baffetti appena grigi su quell’ampio labbro sarebbero stati alla perfezione.
Gli altri avventori andavano e venivano. Solo noi due restavamo. Io ormai solo per curiosità perché immediatamente, entrando, avevo sentito che qualcosa in lui mi avrebbe interessato. Di più: avrebbe interferito con la mia vita, e non potevo sottrarmi. Ma perché lui restasse ancora non riuscivo a capirlo. Per ottenere la benevolenza dei camerieri ordinava ogni venti minuti un caffè, un tè, un cognac, sempre con la stessa espressione, mai meno che dignitosa. In effetti la malizia del gesto stava tutta nell’interpretazione che io ne davo. Col senno di poi avrei dovuto definirlo piuttosto una macchina che obbediva a una serie di istruzioni a tempo. Nelle pause tra un’ordinazione e l’altra assumeva nuovamente quella posa rigida e impeccabile. Ogni tanto muoveva la testa, ma per lo più fissava dinanzi a sé, dandomi l’inquietante impressione che non stesse neppure pensando. Anche se provavo a fissarlo per molti minuti di seguito fingeva di non accorgersene e seguitava a guardare avanti come un bambolotto. Un grosso bambolotto molto ben fatto che non aveva alcuna coscienza di sé.
Ero così assorto che quasi saltai sulla sedia quando una bella donna, alta e ben vestita gli si avvicinò per chiedergli un’informazione che non riuscii a carpire. Gli aveva rivolto due parole, non di più, quasi certamente una domanda. Lui aveva voltato appena la testa e aveva sorriso, facendo appena un cenno di diniego. Un uomo gentile ma freddo. Dopo due o tre oscillazioni il cranio era tornato nella posizione abituale e la donna si era dileguata, senza particolari reazioni e facendo un bel po’ di rumore coi tacchi. Dovevo sapere di più. Guardandolo meglio, fissandolo, mi accorsi che tutta la barba tranne i peli sul labbro, era lunga di un giorno almeno. Una peluria sottile e non troppo scura, che però era completamente assente sotto le narici. Questo significava solo una cosa, e cioè che quella mattina l’uomo si era tolto i baffi. La considerai una vittoria, anche se non seppi utilizzarla subito a mio favore. Ebbi bisogno di passare all’abbigliamento per realizzare una teoria plausibile. Sforzando i bulbi oculari a guadagnare qualche diottria mi parve di scorgere dei capelli lunghi e biondi sul cappotto, in corrispondenza del bavero e della manica sinistra. Era un bell’uomo, certamente, degno di una donna affascinante. Aveva avuto da poco un incontro. Poi venne la vera rivelazione. Sul lobo sinistro c’era il segno di un’infiammazione, anzi proprio di una ferita che aveva avuto appena il tempo di fare la crosta. Gli era stato dato un morso, un morso doloroso e dal significato inequivocabile. Avevo sentito dire, più di una volta, come le donne scandinave, molto più focose di quanto si pensi, abbiano l’abitudine di mordere con gli incisivi il lobo dei loro amanti prima di lasciarli per sempre, come delle piccole tarantole addomesticate ma non per questo meno velenose. Ecco perché era tanto scosso. La sua bellisima donna del Nord aveva fatto di lui quel che voleva, e ora soffriva le peggiori pene. Povero sconosciuto, tutto tornava in maniera talmente esatta da non lasciarmi neppure il minimo dubbio. Quando si è traumatizzati fino a tal punto non si sente né caldo né freddo, si va in un posto e ci si dimentica persino di togliersi il cappotto. È naturale. E se poi passa una signorina, magari una di quelle che battono questo quartiere in cerca di clienti, è ovvio che la cosa non susciti altro che indifferenza. Soffriva per un recente abbandono, forse solo di ieri sera, e che aveva voluto rendere evidente anche al proprio sguardo tagliandosi i baffi. Magari come spesso accade era stata lei a dirgli “Fatti crescere i baffi, fallo per me. Fallo o ti lascio subito!”. La cosa mi parve talmente evidente che per un momento mi venne voglia di andare io stesso a consolarlo, io che di queste cose, ahimè, ero piuttosto esperto. Ma un attimo dopo pensai l’esatto opposto, ricordandomi che l’ultima cosa che avrei voluto in quelle tristi occasioni era di essere importunato. Così rimasi dov’ero, e lui al suo posto, imperterrito col suo dolore.
Era trascorso molto tempo senza che nessuno dei due avesse più ordinato. Nel caffè non restavamo che noi due e i camerieri, che si aggiravano sempre più svogliati tra i tavoli. Il tipo che mi aveva servito era impaziente che ce ne andassimo per dare l’ultima scopata e sistemare le sedie. Dall’occhiata che mi mandò sembrava avesse intenzione di ramazzare anche me. Mi accorsi che dal centro del soffitto proveniva un bagliore sempre più flebile. Una a una le luci venivano spente: doveva essere la tattica usuale per invogliare i clienti più ostinati ad andarsene di propria volontà. Ruotai il polso destro verso i miei occhi: erano le dieci meno dieci. Come avevo appreso entrando e gettando uno sguardo al cartello sulla porta, tra pochi minuti avrebbero chiuso il locale. Dovevo raggiungerlo, adesso, chiedergli tutto quello che mi sarebbe venuto in mente, a cominciare dal perché si era tolto i baffi e poi, senza fargli capire che avevo già compreso tutto, consolarlo non appena mi avesse accennato alla tragica storia d’amore. Forse sarebbe nata un’amicizia, di quelle che a volte nascono tra adulti colpiti da una disgrazia simile, e che si incontrano in una sala d’aspetto. Di donne il mondo è pieno, questa gliel’avrei detta in ogni caso, qualunque piega avesse preso il discorso. Nonostante tutte le riserve, compresi che avrei dovuto comunque abbordarlo. Mi ero ormai deciso a raggiungerlo quando improvvisamente l’uomo si alzò. Il suo gesto mi apparve così macchinoso e innaturale che rimasi sconvolto e non riuscii a muovermi. Per venire fuori dal tavolo, facendo leva sulle braccia, cominciò a esibirisi in una specie di danza goffa e rumorosa che scuoteva il tavolo ed emetteva singhiozzi metallici. Un cigolio che penetrava nelle mie orecchie fastidioso come l’urlo di un rapace affamato, mentre incapace di rendermi conto di cosa avevo davanti continuavo a fissargli la testa, ballonzolante come se fosse stata montata su una molla. Gettai uno sguardo disperato sui camerieri, che fecero come se niente fosse, come se si trattasse di una cosa di tutte le sere. Poi, sempre più incredulo, spostai gli occhi quel tanto che bastava e vidi: al posto delle gambe aveva due grosse eliche in acciaio che dimenava ostinatamente per tirarsi fuori da lì.
giovedì 19 gennaio 2012
mattina
C'è da ritrovarsi ogni santa mattina. Sento proprio di dovermi tirare a riva. L'occhio smarrito, me lo vedo, la cinepresa che mi ritrae a 10 fotogrammi al secondo.
martedì 17 gennaio 2012
la vita del chinotto
Burger King: vedere la Coca Cola che scende dall’erogatore nel bicchiere di carta è uno spettacolo sconfortante. C’è molta aria in mezzo, si forma tantissima schiuma, e sembra che questo cilindretto di sostanza che tra un poco continuerà la sua corsa attraverso il gargarozzo dello scrivente ora venga giù con urgenza, precipita addirittura perché c'è dietro una spinta prepotente, un dittatore a pressione che si diverte dal bordo di una scogliera fittamente sponsorizzata da note bibite, uno spietato con gli occhi di metallo che insuffla anime perse in un burrone. Dalla fast-queue cui mi sono aggregato percepisco l'attesa mia e degli altri sommarsi in una nube che puzza di fritto e che vorrebbe sputare avanzi di patatine marce e che invece trattiene la propria ira nei confronti degli allegri servitori al banco perché sono loro che ti devono fornire ciò che non desideri ma chissà perché ora pretendi. Tutto si trattiene e o viene spinto. Poi arrivo io, sbaglio la pronuncia della lordura che ho cercato di imparare nel frattempo confondendo cipolle pastellate con bacon paraffinato e una h con una k, immagino anch'esse immerse nell'olio marca Flegetons. Poi arriva lei, chiesta di grazia senza ghiaccio. Nel bicchiere, coperto come un’incubatrice, riposa, recupera le sue forze organiche, torna a uno stato di liquame sopportabile per qualche istante. Benché non la ami, la accolgo nel mio vassoio, la porto a un tavolino grigio senza angoli come se fossi un infermiere diretto a un capezzale, e per un attimo ci rimango male, nei panni pure del paziente. Lei è la sola cosa che ultimamente si è mossa, ma da qui a dire che è viva ce ne vuole.
Mio caro liquido tra il nero e marrone, effervescente perché sodomizzato con co2, io ti devo spiegare una cosa: il bicchiere deve tornare a essere una misura, non la tua forma. Però, se proprio non te la senti di fare il grande passo - non balzo, passo, ora nessuna scogliera, mai più -, se vuoi conosco un tipo che produce chinotto, gli parlo di te, magari finisci in una di quelle bottiglie di vetro tutte curve, e per un po' almeno ti godi la vita.
Mio caro liquido tra il nero e marrone, effervescente perché sodomizzato con co2, io ti devo spiegare una cosa: il bicchiere deve tornare a essere una misura, non la tua forma. Però, se proprio non te la senti di fare il grande passo - non balzo, passo, ora nessuna scogliera, mai più -, se vuoi conosco un tipo che produce chinotto, gli parlo di te, magari finisci in una di quelle bottiglie di vetro tutte curve, e per un po' almeno ti godi la vita.
domenica 15 gennaio 2012
Contenti loro
Una conoscente stamattina mi ha raccontato una cosa. Lei fa l’apicultrice, anche se ha un diploma da odontotecnica, fa il miele dalle parti di Reggio, ha una compagna da dieci anni e due cani tipo golden ma non proprio golden, bonaccioni e bellissimi che sono gli ultimi cani che vorresti avere per fare la guardia. Mi diceva che negli ultimi due anni sono almeno tre o quattro le coppie che si sono trasferite dalle sue parti, “per sfuggire al caos della città” ovvero “per riscoprire finalmente la gioia del silenzio”. Hanno comprato, e sistemato come se davvero ci dovranno passare il resto dei giorni. Mangiano e bevono a chilometro zero, sono dei grandi esperti di miele e vino senza solfiti, fingono ancora di essere un pochino impacciati quando si devono relazionare con qualcuno e quasi tutti sono senza figli o ne hanno uno che non si vede mai. La cosa importante però non è questa, è che in tutti questi casi il marito fa un mestiere figo a casa, tipo programmatore o uebd’sàiner, un altro disegna fumetti a quanto pare, uno boh forse è disoccupato, e tutti questi maschioni, non uno escluso, fingono di raschiare l’orto, di raccogliere due cavoli ogni tanto che magari hanno preso dal frigo per fare la scena, e per questo si sentono autentica gente della terra. Lo dicono proprio, ce lo vogliono infilare per forza nelle conversazioni. Qualcuno ha l'ardire di mostrarteli i frutti del sudato lavoro. Ti prendono per mano con un sorriso da fetenti e ti obbligano a seguirlo in cucina, dove ci sono i cadaveri vegetali in bella mostra sopra uno strofinaccio ancora neanche puliti bene. Anche quando comprano il miele lo guardano, lo osservano a favore e controluce, esprimono pareri. Non è raro che elargiscano consigli su un restyling dell'etichetta. La moglie o compagna o quello che è, invece, che si vede molto poco in giro e ha la decenza di parlare l'indispensabile, continua a lavorare in città, in un ufficio o uno studio, e si fa in media un’ora di macchina al giorno. Alle sette e mezza è già fuori e non torna mai prima delle otto. Inoltre, alla faccia del chilometro zero, un giorno sì e uno no, lei torna con la macchina piena di sacchetti della coop.
giovedì 12 gennaio 2012
Quel signore lì
Quel signore lì, ne sono convinto, quello ha girato il mondo. Si capisce da come tiene i capelli, una passerella di fili sottili bianchi grigi, color delle perle al sole, e si capisce pure da come fa il verso di altri, da come racconta le cose. India, io credo, Oriente, ma anche quell’Europa del Nord che ai tempi suoi non ti dico cos’era, la vera scoperta, la miniera di corpi bellissimi e civiltà, di senso algido e struggente insieme della vita, come il loro sole, quel sole che c’hanno loro. Lo incontro nelle passeggiate paminesche, passando per quella strada lì, dove ha messo su una boutique, uno stanzone arredato con due cornici di caminetto e uno specchio rococò enorme e messo proprio al centro. Tu entri e prendi i maglioni, le sciarpe, te le provi, quelle due o tre maglie e sciarpe che ha, perché ne tiene davvero poche. Ha qualcosa anche dentro i cassetti di quelle cassettiere alte quanto una libreria che tiene dischiusi, e fanno sembrare che le cassettiere sono in décolleté, così, le hai sorprese mentre si mettevano in ordine ma una volte che sei entrato prego s’accomodi. Che ha viaggiato, che è un uomo di mondo lo capisci soprattutto da quei pantaloni, a sigaretta nonostante c’avrà i suoi sessantacinque-settanta, e le scarpe, diomio, scarpe allacciate di pelle rossa e gialla, ma non rosso e giallo da fare romanista, un rosso e giallo che potrebbero essere tipo amaranto e ocra, pantone 186 e 102, per lo meno. Lui di pantone ne saprà a bizzeffe, la prossima volta vi racconto pure quello che gli ho sentito dire passando…
lunedì 9 gennaio 2012
passeggiate bolognesi
poi dice bologna. In quale altra città al mondo sarebbe possibile trovare «professionista esperienza bla bla impartisce a Domicilio Lezioni di Equitazione». Piazza Cavour, vedere per credere.
lunedì 2 gennaio 2012
un angelo è impigliato
di fretta, ascensione complicata
il messaggio sta per evaporare
un angelo è impigliato
tra le setole del pittore ambizioso
sabato 31 dicembre 2011
sentitissimi auguri, a lei e signora
come a ping pong, sbirciamo attraverso la rete
augurandoci che il colpo - spumante
botti, applausi - abbia buon esito.
in quel bacio sacrale stempererò la superstizione
ma il vuoto che l’ha contenuto
è tutto a buon rendere.
giovedì 15 dicembre 2011
La macchina subliminale
Ieri ho visto la Freemont, per la prima volta me la sono vista bene. Era un’auto istituzionale, con lo scudetto di fianco alla targa. Corpulenta, massiccia, sgraziata come solo gli americani sanno fare. Tipo la Dodge Nitro, la Hammer, cioè tutta fuffa, scatolame, ma molto molto peggio, perché neppure arrogante e pretenziosa. Solo vuota. Volendo sembra una Stilo agli estrogeni. Oh quanto fastidio mi dà vedere una creatura tanto spigolosa e tanto poco italiana con il marchio Fiat (di cui peraltro non è che sia particolarmente orgoglioso). I designer italiani? Viene dalla Dodge Journey, assomiglia a un elefante carbonizzato ed è vecchissima. Ha le luci a led, dietro, come si porta adesso, ma ci hanno disegnato appena appena due cerchietti. Almeno in Alfa si sono inventati quella specie di citazione da capitello ionico. Poi capisco che è un messaggio subliminale, che Marchionne sapeva tutto: Freemont. Free Mont(i). Poi dice i poteri forti.
martedì 13 dicembre 2011
Com'è umano lei...
In questo periodo una delle mie trasmissioni preferite (se non altro perché allieta il mio promenage paminesco) è Pagina 3, in onda alle 9 sull’omologa radio. In questo momento ci allieta Nicola Lagioia, noterrimo scrittore di non poco interesse. Ma è l’altro versante della staffetta a conturbarmi: Edoardo Camurri, per me bella scoperta. Non guardando televisione ignoravo che fosse il conduttore di Mi manda rai tre, regno marrazzesco fino a qualche tempo fa. E prima prima Antonio Lubrano, una specie di Pomicino dalla parte della gente. Bene, di Camurri, di cui ora so molte cose grazie a qui, mi piace il tono, il genere di conduzione, le citazioni, e soprattutto mi mandano in sollucchero le sue imitazioni fantozziane. Sottolineature per notizie che qualcosa del ragionier Ugo effettivamente contengono. Mi chiedo quanti dei dai-25-in-giù sappiano chi è Fantozzi, se non vagamente e per raffazzonata imitazione. Quando Edoardo, raffinato intellettuale che non perde occasione per puntellare con il fiore dei suoi studi filosofici gli articoli spesso ben poco dotti che si trova a commentare, quando egli libera la sua vena fantozziana, io letteralmente gioisco. Dapprima ero diffidente e levavo il sopracciglio, perché consideravo Fantozzi un patrimonio affettivo e intimo, da trattare con cura e condividere con pochi eletti. E poi lo trovavo fuori luogo per Pagina 3. Poi, però, piano piano, ho apprezzato. Non solo perché è un vezzo simpatico, ma anche perché ha l'effetto di far sembrare tutto molto molto più umano. Dissacrando e relativizzando. Il solo rischio che vedo è che, per chi quei meravigliosi classici del pensiero nihil-chic non li abbia mai visti, quella voce stentata, goffa, ansimante, che senza pudori parla di lupman e granfarabutt, che sottolinea con humour gelido come i muri in cemento di un megaufficio le tragiche vicende della vita, diventi, tout court, camurresca.
mercoledì 7 dicembre 2011
Punch a colazione
Sabato mattina. Il rito della ricolazione viene celebrato in uno dei miei bar-panetteria-miniristorante preferiti. Per chi non lo sapesse la ricolazione è l’atto di rifare colazione al ritorno dal mio giro con Pamina, più o meno verso le undici (il giro del sabato e della domenica è più lungo e meno mattiniero del solito). La faccio mangiare, aspetto che Ale si faccia (più) bella, indi si va, affamati come un’armata Brancaleone (io e Pamina, intendo, anche se Ale neppure scherza…). Giungiamo in loco, ci sediamo, io ordino quelle due o tre cosette per accompagnare i due tre caffè, caffè macchiati, cappucci, ecc… Non fa freddo, è una mattinata limpida. Dopo pochissimo sopraggiunge una dama, sui settanta, curata assai, con cappello e giacca in lamè, di una sgargiante eleganza che fa tanto Olgiata o, per restare in zona, via D’Azeglio/via Farini. Bella donna d’un tempo, si ostina nonostante l’età ormai del tutto scaduta a non portare calze sotto le scarpe scollate, e mostrare di conseguenza le grosse vene sul collo del piede che tanto - per colore e consistenza - ricordano certe radici assetate. La prima cosa che fa è notare Pamina. Pamina è un cane molto socievole, dolcissimo per aspetto e indole, che non perde occasione per farsi sfruculiare da umani e non. La signora in lamè accarezza il cane, le rivolge un paio di frasi sdolcinate, quindi ci rivolge la parola per chiederci come si chiama. Il riferimento al Flauto magico (Pamina è la figlia della Regina della notte) non lo coglie, ma il nome le piace, le suona bene. Dopo qualche momento rivolge compiutamente la parola anche a noi, degnandoci di più e più sguardi, ma è irrequieta e ordina un punch. Non commenterò il fatto che non siamo a Canazei, che ci sono forse dieci gradi e che sono le undici di mattina: ognuno di fatto è libero di tracannarsi quello che crede quando e dove vuole. Il punch dunque.
La ragazza del bar è un tipo piccolino, con la visiera calata sugli occhi, un tatuaggio che sembra il dettaglio di un dragone sul collo (fantastico che il corpo della bestiola si prolunghi per tutta la schiena) e un accento romano piuttosto marcato. Sarà una studentessa, ieri avrà fatto le quattro e non vuole che le si vedano le occhiaie. Serve tutti di fretta, con la minima gentilezza necessaria. Codesta cameriera prende l’ordine della scintillate signora, ma commette un errore gravissimo perché dopo un paio di minuti porta il punch in una tazza. Una tazza da cappuccino, più o meno. Terribile. Si scatena l’inferno. La vecia va su tutte le furie, s’indispettisce, fa commenti di ogni ordine e grado. Chiede con forza di aver portato il punch in un bicchiere adeguato, accenna persino a sbattere il palmo di una mano anch’essa ricoperta di radici sul tavolino. Sono momenti di fibrillazione, il mio mozzicone di cornetto all’albicocca si è arrestato tra le labbra, Ale fa finta di guardare una rivista ma si vede che non procede di una sillaba e alza il sopracciglio. La vecchia è su tutte le furie, ma ha deciso di dimostrarsi tollerante (tollerante, che parola horrenda!), e ha concesso un’altra chance alla cameriera. Intanto accarezza il mio cane e le fa tante di quelle moine - ma è perché sente l’odore del mio, i cani mi amano, io li amo tanto, sa?, mi riconoscono subito, e via blaterando - che io che la guardo mi sento schizofrenico. La ragazza torna con il punch versato in un bicchiere da rum, cosa che a me sembra un compromesso più che accettabile. Ma non per lei, che deve essere stato il cuore stesso del jet-set bolognese negli anni ‘60. Il tiranno in lamè si rizza in piedi, aggiusta il cappello sui tre quarti e chiede come farebbe un burattinaio malvagio di parlare con la signora Rosa. Non c’è, squittisce qualcuno, ma da molto dietro, forse dalle cucine. Rosa sarà la proprietaria del locale, probabilmente sua collega di bisboccia. Non c’è? Ah, bene, allora tornerò stasera. Perché qui, qui c’è da mettere tutti in riga.
Menomale che ama tanto i cani…
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