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domenica 11 marzo 2012

fiaba


Alto alto. E poi lui per dirle quanto era bella è andato fino in Oriente, si è legato alla cintola un tramonto e gliel’ha portato fin sotto la finestra.





l'immagine è presa da qua

martedì 6 marzo 2012

Il dono levigato

hai curvato uno specchio fino a trasformarlo in ventre. Ora ci galleggi dentro, illusa che questa sia protezione più che sufficiente, e che se tutto s’infrange, all’improvviso, non è il caso neppure di soffrirne perché tanto tutto finisce.
Quell’altra creatura, che non conosce spigoli, gioca come può. È un cortile abbandonato, su cui vigila un riflettore lunare: si riempirà le tasche di polvere e s’imbiaccherà le piccole mani come quelle di un santo che lavora.
Viene, mi porta una delle pietre migliori, scure e levigate fino alla lucentezza. È il suo dono, il mio fardello: un peso adeguato perché lui resti ancora ragazzo.

lunedì 5 marzo 2012

clara signa

me lo ricordo dal de bello gallico (ma come è possibile direte voi che il de bello gallico parli della morte di cesare? e intanto il ricordo s'è aggrumato lì e io mica lo posso scrostare, poi finisce che muore: forse erano state due interrogazioni vicine, non lo so), l'avrò deformato cento volte in memoria, ma mi ricordo che clara signa avevano annunciato al pugnalituro che avrebbe fatto una brutta fine. i corvi, e poi la mattina non si voleva alzare, non ricordo con esattezza, sto mischiando tanti di quei racconti suoi e di altri che non vale neppure la pena rimboccarsi le maniche e seccarsi i polpastrelli di polvere tra uno svetonio e l'altro. fatto sta che a me sono rimasti i clara signa, quei segni impercettibili e chiarissimi che mi danno una mano. dei ching che vengono risucchiati dal vortice di un lavandino, mettiamola così, perché così li vedo. e però io ci credo, il lavandino che si svuota e come si svuota io lo guardo perdavvero. ognittanto. è l'ultimo rimasuglio delle mie credenze, non so neppure se se ne andranno mai, anche se ora passo gran parte del tempo a ridacchiarmela, a svuotare la mia caverna egoica [a proposito, vi prego, seguitemi ancora un po' di là che poi torniamo: sabato ho goduto autenticamente: di seguito su radiotre lezioni di francesco antonioni sugli studi di ligeti - antonioni è bravissimo, altro che bietti che non suona ma zappa il pianoforte e ha la voce e le espressioni di filini, il geometra -, e poi a uomini e profeti massimo cacciari che parla di san francesco: è lui che ha citato la caverna egoica, quindi questa digressione la dovevo]. oggi è il compleanno di mamma. cioè sarebbe stato il compleanno di mamma. finirà che l'associo con lucio dalla, e che ci vuoi fare, è pure normale. siccome sono in fondo superstizioso, come lo era lei, con quella sua religiosità campestre, fatta di altarini di pietra votivi e pagani, con quelle sue preghierine e i riti che non appartenevano a nessuna confessione di preciso, se non quella di una contrada oscura benché abbacinata dal sole - è questo la sicilia, oscura benché abbacinata dal sole, cotta come un mattone di fango e nessuno mai potrà convincermi del contrario perché in quella terra c'ho lasciato molte linfe e qualcuna ne ho pure succhiata -, siccome sono superstizioso per tre volte, per tre volte siamo andati con ale in piazza maggiore e per tre volte i megamplificatori diffondevano le note di cambierò, di lucio dalla, lucio dalla che piaceva tanto a mamma mia (questa è divagazione degregoresca, direbbe filippolaporta ma mi aiuta a chiudere il signum). Al punto che abbiamo fatto un test, per vedere se c’erano solo quelle tre o quattro canzoni nel nastro, e siamo tornati così, all’improvviso, in piazza maggiore, gli abbiamo fatto l’agguato. Ma, ma la canzone era un’altra, prova questa che il Cambierò era un clara signa. Ecco come funziona. Dalla che muore, il suo compleanno, mia mamma il suo compleanno, cambierò: clara signa. Si vede che dovrò cambiare davvero. Ora, siccome io aspettavo una notizia, aspettavo anche un Clara signa che almeno mi anticipasse qualcosina. La notizia però non viene. Non disperare. E però se non viene non viene, siamo quasi oltre tempo massimo. Fose il Cambierò voleva dire che cambierò e non aspetterò più notizie del genere. Cambierò talmente che quel cambiamento che aspettavo, quella trasformazione radicale non mi dovrà mai più riguardare. Ok, sono pippe. Mi fermo qui con buona pace di Cesare e soprattutto di Filippolaporta. 
E pazientemente, questo senso di attesa è meglio che lo sgrani come le reti un pescatore, alla sera, con le gambe lunghe e la schiena dura, spalle al paese, e lo lasci riposare per quello che è: fili intrecciati e avanzi di mare da togliere.

mercoledì 29 febbraio 2012

assapori la mancanza

che amore indirizzi all’amato che sfugge, che tempo dài a un momento che non viene? è il segreto cavo che ti leviga il petto, consunzione che visiti ogni volta quando ti è concesso e cui pure ti imponi di non concedere alcun nome. La mancanza del riconoscervi, lo scivolare ai margini è duro come una rotaia che non si vuole piegare, non vuole giungere in alcun modo, ma gira gira e tu sopra come un carrello dal destino ininfluente. Ti rimane quel po' di vento della corsa, e il dolciastro e denso affanno, la stanchezza inane e liquorosa che già hai preso, per metonimia, ad assaporare.

giovedì 23 febbraio 2012

amici e nemici

no, no per favore. non spulciare le loro biografie, non cercare i sagittari e i saturni nella data loro che collimino o sfreghino coi tuoi, non pensare che siccome è nato lì, è di lotta continua, o di panorme, o di cielle, cambierà qualcosa. prendi solo le loro facce, guarda le loro facce. E poi, ammesso che senti, dimmi cosa senti. Vale solo quell'onda grigiastra/azzurrina che torna, come una melodia sommessa suonata tra sopracciglia e mento, con l'aiuto delle piccole rughe attorno agli occhi - magnifici risuonatori. Il resto è il calcolo della scorza umana, destinata a leccare terra alla prima pioggia: è qualcosa di tremendamente volgare che non ti meriti. né tu né un'altra

lunedì 20 febbraio 2012

Il gioco delle nuvole

Era un vecchio pescatore che non pescava più da almeno vent’anni, da quando la spalla s’era intestardita a fare di testa sua e il braccio gli era rimasto sempre un poco sollevato. Se ne andava in giro per il paese, con quell’aria innaturale di sufficienza che gli davano i reumatismi e una camminata sbilenca, rigida e altezzosa. Mi era permesso di chiamarlo Mimì, e questo privilegio mi era stato dato perché ero forestiero, venivo dalla città a stare nella casa che era stata di mio padre e che suo genero mi aveva dato una mano a sistemare. Coi suoi tempi, s’intende.
Quando dalla terrazza lo vedevo gironzolare sulla banchina trovavo una scusa qualunque per raggiungerlo. Più di una volta ho ricomprato il giornale, o il pane. Oppure ho finto pentendomene amaramente che mi interessasse il tramonto scarlatto portato dalla tramontana gelida, più acuminata del rasoio della mattina. Ma il fatto è che Mimì non parlava mai, e quando apriva bocca c’era sempre qualcosa da prendere, a volte persino da conservare.
Ora lo vedevo, passeggiare da solo sulla banchina, dopo la partita a carte alla fine della quale aveva sicuramente mandato al diavolo gli altri giocatori con le sue secche ma piuttosto creative imprecazioni. Gli riusciva benissimo, fra le altre cose, di combinare santi e animali. Zoppicava, e teneva il gomito alto come il cannocchiale di un sestante. Buttai un occhio al tavolo della cucina: il giornale sgualcito e il sacchetto di carta pieno di pane parlavano chiaro. Ci vuole coraggio, mi dissi, Gli dirò che passavo per caso.
Ma lui sapeva del mio bluff, e per rispettare la mia pudicizia si fingeva sempre sorpreso, seppure di quella sorpresa che prova una roccia a mare quando viene sferzata dall’ennesima onda. Mi salutava sempre dischiudendo la bocca, un taglio approssimativo nella faccia di cartone rugoso. Lo raggiunsi presto, l’acqua nera sciacquava laboriosamente i bordi del porto, io percepivo la millimetrica sensazione che ogni secondo la terra sotto i nostri piedi si ritirasse. Il cielo sembrava una colossale finestra rossa aperta sull’acqua. Due o tre nuvole resistevano ancora all’incedere del tramonto, allungate per l’estremo sforzo.
- Salute Mimì. Voglio perfezionare il gioco delle nuvole coi miei figli. - Era quella la mia trovata. Lui di figli ne aveva avuti due, maschi, tutti e due nel continente.
- Che gioco?
- Il gioco delle nuvole. Che forma hanno. Giochiamo a chi si accorge prima che forma hanno le nuvole. È un bel gioco.
- Mah.
- Non trovi, Mimì? Secondo me è un bel gioco. Io credo che sia istruttivo, per dei ragazzi. Vedono che qualcosa si forma e si disfa, allenano il loro spirito di percezione, si abituano all’impermanenza.
- Vero?
- Sì, al fatto che tutto cambia, che dura uno due dieci secondi e poi sfuma via. E che ci sono forme che hanno senso e altre no. C’è tutto, il cielo è una tela.
- E non le impareranno nella vita, tutte queste belle cose?
- Appunto, imparano a guardare nel cielo, e ad abituarsi a com’è fatta la vita. - Trionfavo.
Proseguimmo a camminare insieme, ed ebbi l’ardire di prenderlo sotto braccio. Allora lui, che certamente aveva gradito il gesto, si fermò, come si fermano i vecchi che per controbattere vogliono che tu li senta bene. - C’è un problema, però.
- Ah sì, e quale Mimì?
- Hai buona volontà, ma lasci sempre le cose a mezzo. Tu così, i tuoi figli, li abitui a pensare che sono le cose che cambiano, e loro invece sono belli fissi a terra, coi piedi saldi e nuddu i po’ muovere. Tu questo esercizio, questo gioco, come lo chiami, a loro glielo devi fare fare ‘nta varca, nella barca. Accussì capiscono che le nuvole si muovono e cambiano, ma pure loro sono in balìa del mare. 
Quando concluse si ritirò un momento, come per verificare che quello che aveva detto coincideva con quanto pensava. Poi riprendemmo a camminare. Mi conduceva al bar, aveva voglia di un amaro, uno degli ultimi che riuscii a offrirgli.

sabato 18 febbraio 2012

opus incertum


sono arrivati i libri di papà. alcuni hanno preso una conformazione, si sono impilati quasi da soli, generando un opus incertum che non mi sembra più tanto provvisorio. ricordavo l'enciclopedia imago mundi, sono anni che ci penso. è finita a fare da fondamenta sulla destra di questa piramide. poi checov, dostoieschi, un sacco di libri francesi, e libracci di selezione o di parapsicologia che erano il mio timegate da ragazzo. il libro tibetano dei morti, il touring club, svetonio, i libri del suo liceo, con le raccolte di autori greci e latini e un curioso libro firmato mussolini credo sul perfetto fascista. io che abito in via dei tessitori, già mussolini - dico tanto per dire - ma lui è stato un balilla. Malraux che parla dell'indocina, un ricettario. poi i libri che ha comprato negli anni novanta e duemila, roba anche indecente. 17 scatole di cartone che sono piombate sul mio ingresso, e ho disfatto in un paio d'ore. squarciando i lembi di scotch da imballo che sembravano le bende di una mummia mi andavo ricordando che era un gran lettore, uno che amava i libri, che mi ripeteva frasi di quello che leggeva, che diceva da machiavelli il principio primo della prudenza è quello di non offendere i potenti, e che questo mi suscitava ribrezzo dai vent'anni in su, e lo disprezzavo già solo per questo. e mi ha insegnato il francese, a sei anni leggevamo insieme l'art de vivre longtemps, praticamente in contemporanea a tartarino di tarascona che è stato il mio primo libro italiano. e mi leggeva cose da vecchi, perché lui era già vecchio. l'art de vivre longtemps, un libro di medicina di fine ottocento. a un bambino di sei-sette anni. e poi da adulto mi rompeva i coglioni con carmina non dant panem mentre io annaspavo a ingegneria e prendevo qualche boccata d'aria migliore in conservatorio e scrivevo racconti che trovava (buon primo di molti) illeggibili e reintitolava I miei tormenti, perché lui solo questo ci vedeva. Lui che mi ha obbligato a leggere ippolito nievo alle elementari e ingoiare tre o quattro canti della commedia a memoria, a un'età che neppure capivo e che è quel ch'i' odo diventava che è quel chiodo sennò non riuscivo a impararlo. e il disprezzo con cui toccò il bigliettino in cui LVMH mi diceva che no, non ero adeguato a quel posto à paris, e lo sporcò quel bigliettino in carta filigranata che già odorava di lusso e che io ho tenuto come una reliquia. e lui che non mi ha insegnato a leggere veramente, e ho dovuto fare i conti con questo e lo faccio ancora. ecco i suoi libri, incerti, vari, segni di una vita lunga ma incerta pure essa. ecco il suo ritratto migliore, nel bene e nel male 

venerdì 13 gennaio 2012

Sono bastati quattro anni

La vita è strana, è strana perché succede tutto come in una formula, dove però senza che te ne accorgi si mischiano unità di misura diverse, e quindi non si può mai sapere, non hai idea alla fine di cosa prevalga. Ho sentito A, ieri sera. A è uno che scrive da dio, che scrive da sempre, che ha sempre detto Io devo fare lo scrittore. Certe volte m’ha pure rotto i coglioni con questa nenia, dico coglioni ma affettuosamente, perché in fondo ero complice. Ha pure pubblicato, con una casa medioimportante, era il 2006 mi pare e c'ha anche avuto il suo momento di celebrità. E invece l’ho sentito ieri dopo quattro anni, a parte qualche mail superficiale e forse due sms di auguri. Campa facendo il falegname, non proprio il falegname di porte, fa piccoli oggetti, soprattutto giocattoli, ma anche soprammobili o i giochi quelli di abilità di fronte ai quali le mie ginocchia si moltiplicano e le palpebre mi si abbassano leggermente. Dice che è molto più divertente di scrivere, guadagna bene, e ha quasi sempre la sensazione di un sorriso che gli fa compagnia sulla faccia. Volevo dirglielo, Certo che la vita è strana, ma poi mi sono fermato, perché magari si offendeva, per telefono non ci si capisce mai. È stato lui a dirlo, prima di chiudere, ma naturalmente a modo suo, con le sue parole che rispetto alle mie sembrano sempre con una dimensione in più. Mi ha detto Sai, la vita noi pensiamo che sia nostra, ma invece siamo noi che dobbiamo seguirla. E adesso ti saluto. 

mercoledì 11 gennaio 2012

C'è pace

Un momento, un solo momento. God is an astronaut - Loss, imparato da qui e la risatina di Sartre che mi dice L'enfer c'est l'autre, e io che da una vita gli rispondo Ma anche tutto il paradiso possibile. Intanto mi godo questo piccolo lago di musica e acqua color argento appena scoperta, acqua densa come il mercurio, una nebbia chiara che sfoca i contorni delle montagne appena discese. Silenzio dentro la musica, una cosa preziosa. E intanto ringrazio di cuore mariaemma per aver accolto quello che scrivo.

lunedì 9 gennaio 2012

stira e ammira

l'appretto di mia madre di quando stirava e ancora io non facevo i compiti, o se li facevo finivo presto sbucavo dalla mia stanzetta e il pomeriggio potevo stare con lei, immersi entrambi nella luce gialla dei neon vecchi della cucina che ognittanto sfarfallavano per ricordarci che se ci vedevamo dipendeva da loro, e l'odore dell'appretto stiraeammira arrivava ovunque, specie sulla panca di legno tutto graffiato e ammaccato nella quale amavo sedermi e anche infilarmi sotto, nell'incavo, per nascondermi così per gioco, per conservarmi, per così dire, o semplicemente stavo seduto con le gambe penzoloni. Non facevo i compiti ma disegnavo sui grandi quadernoni a quadretti che ancora sono giù, nel vecchio studio di mio padre con le ante in ferro battuto, questo me lo ricordo, e disegnando tenevo la testa tutta da un lato per appoggiarmi sul braccio che non disegna ma di solito fa da treppiede e riposarmi mentre disegnavo e a mente mia ci vedevo anche meglio, così, di sbieco, perché forse già ero un poco miope. L'odore di appretto, come non lo sento da anni.