martedì 31 gennaio 2012

if then

questo è un periodo di silenziose conquiste. il fatto che qualcuno di autorevole e attendibile abbia letto il romanzo che avevo intenzione di intitolare homopatia e l'abbia giudicato strano e bizzarro, noioso perché non narrativo e di fatto impubblicabile non mi ha minimamente sconvolto. già assistere a questa mia reazione è divertente e imprevedbile come certi giochetti di haydn. qualche mese fa sarei diventato isterico e invece ora Sì, trascinato da questa luce chiara che posso condividere riesco a dirlo: non mi vergogno di quanto ho scritto ma capisco il suo punto di vista. Ha aggiunto anche una cosa tenera, il tizio: Non brutto, quello che ho scritto è Non brutto. Non credo sia uno che ha paura di dire pane al pane, anzi, semmai è famoso per questo. Quindi Non brutto - ma io non spero, che mi frega di sperare - è definizione interessante. Dopo mezza giornata di autostima calante sono tornato a giudicare positivamente il libraccio homopatico che ho redatto in un anno molto faticoso ma concordo appieno con l'intellettuale, scrittore e docente di cui sopra che mi ha garbatamente stroncato. Poi riesco a mettere a fuoco l'essenza del "difetto": il romanzo si è autoprodotto, questo ho capito per la precisione stamane, si è autoprodotto per ricoprimenti: la scrittura non deve autogenerarsi. bisogna sorvegliarla, come una pianta infestante. Ad alcuni, me compreso, piace vedere - a volte - un campo infestato di piante eccessive, bellissime e opprimenti. Ma il barocco colossale è terribilmente fuori moda.


Altro pensiero, non autoprodotto, ma controllato: io che credevo che questo fosse un tempo senza moda, perché legittimasse tutte le mode. E invece no: impera la semplicità asciutta come l'elenco delle mosse in una partita a scacchi, forse è tornata l'asciutezza neoclassica, forse piace ciò che è completamente comprensibile e dico di più, replicabile. Forse ciò che leggiamo e scriviamo e vediamo e sentiamo deve essere consequenziale come le stringhe di un xml o di un codice qualsiasi e qualunque alfabetizzato deve essere in grado di poterlo dire/fare/baciare. if then.

lunedì 23 gennaio 2012

gradini

Si può scrivere anche per semplice riconoscenza, per esempio a qualcosa di bello. Si vuole espanderlo, farlo proprio non per egoistico accaparramento, per spirito di saccheggio, ma perché questo è l’unico vero modo di accudirlo. Un attore che reciti un verso lo fa suo, lo mastica dandogli altra vita, parte della sua, e aggiunge un'inflessione, della punteggiatura, forse anche qualche sillaba. Scrivere un nuovo romanzo per rendere omaggio a Xam’d, una delle cose più belle che mi siano capitate di vedere ultimamente: questo vorrei fare. E così, compresa anche questa altra cosa, mi sento un altro po’ in pace con me stesso.

venerdì 20 gennaio 2012

dopo una puntata di Xam'd

quando hai una persona davanti, tu non hai dinanzi a te solo quel corpo quella voce quelle pose. Dietro, dietro di lui, oscuro ai tuoi occhi ma ben visibile a ciò che non è visibile, si espande un secondo corpo, una sorta di ombra che può avere mille aspetti e dimensioni. È con lei che la tua ombra spirituale deve confrontarsi. 

giovedì 19 gennaio 2012

mattina

C'è da ritrovarsi ogni santa mattina. Sento proprio di dovermi tirare a riva. L'occhio smarrito, me lo vedo, la cinepresa che mi ritrae a 10 fotogrammi al secondo.

martedì 17 gennaio 2012

la vita del chinotto

Burger King: vedere la Coca Cola che scende dall’erogatore nel bicchiere di carta è uno spettacolo sconfortante. C’è molta aria in mezzo, si forma tantissima schiuma, e sembra che questo cilindretto di sostanza che tra un poco continuerà la sua corsa attraverso il gargarozzo dello scrivente ora venga giù con urgenza, precipita addirittura perché c'è dietro una spinta prepotente, un dittatore a pressione che si diverte dal bordo di una scogliera fittamente sponsorizzata da note bibite, uno spietato con gli occhi di metallo che insuffla anime perse in un burrone. Dalla fast-queue cui mi sono aggregato percepisco l'attesa mia e degli altri sommarsi in una nube che puzza di fritto e che vorrebbe sputare avanzi di patatine marce e che invece trattiene la propria ira nei confronti degli allegri servitori al banco perché sono loro che ti devono fornire ciò che non desideri ma chissà perché ora pretendi. Tutto si trattiene e o viene spinto. Poi arrivo io, sbaglio la pronuncia della lordura che ho cercato di imparare nel frattempo confondendo cipolle pastellate con bacon paraffinato e una h con una k, immagino anch'esse immerse nell'olio marca Flegetons. Poi arriva lei, chiesta di grazia senza ghiaccio. Nel bicchiere, coperto come un’incubatrice, riposa, recupera le sue forze organiche, torna a uno stato di liquame sopportabile per qualche istante. Benché non la ami, la accolgo nel mio vassoio, la porto a un tavolino grigio senza angoli come se fossi un infermiere diretto a un capezzale, e per un attimo ci rimango male, nei panni pure del paziente. Lei è la sola cosa che ultimamente si è mossa, ma da qui a dire che è viva ce ne vuole.
Mio caro liquido tra il nero e marrone, effervescente perché sodomizzato con co2, io ti devo spiegare una cosa: il bicchiere deve tornare a essere una misura, non la tua forma. Però, se proprio non te la senti di fare il grande passo - non balzo, passo, ora nessuna scogliera, mai più -, se vuoi conosco un tipo che produce chinotto, gli parlo di te, magari finisci in una di quelle bottiglie di vetro tutte curve, e per un po' almeno ti godi la vita.

domenica 15 gennaio 2012

Contenti loro

Una conoscente stamattina mi ha raccontato una cosa. Lei fa l’apicultrice, anche se ha un diploma da odontotecnica, fa il miele dalle parti di Reggio, ha una compagna da dieci anni e due cani tipo golden ma non proprio golden, bonaccioni e bellissimi che sono gli ultimi cani che vorresti avere per fare la guardia. Mi diceva che negli ultimi due anni sono almeno tre o quattro le coppie che si sono trasferite dalle sue parti, “per sfuggire al caos della città” ovvero “per riscoprire finalmente la gioia del silenzio”. Hanno comprato, e sistemato come se davvero ci dovranno passare il resto dei giorni. Mangiano e bevono a chilometro zero, sono dei grandi esperti di miele e vino senza solfiti, fingono ancora di essere un pochino impacciati quando si devono relazionare con qualcuno e quasi tutti sono senza figli o ne hanno uno che non si vede mai. La cosa importante però non è questa, è che in tutti questi casi il marito fa un mestiere figo a casa, tipo programmatore o uebd’sàiner, un altro disegna fumetti a quanto pare, uno boh forse è disoccupato, e tutti questi maschioni, non uno escluso, fingono di raschiare l’orto, di raccogliere due cavoli ogni tanto che magari hanno preso dal frigo per fare la scena, e per questo si sentono autentica gente della terra. Lo dicono proprio, ce lo vogliono infilare per forza nelle conversazioni. Qualcuno ha l'ardire di mostrarteli i frutti del sudato lavoro. Ti prendono per mano con un sorriso da fetenti e ti obbligano a seguirlo in cucina, dove ci sono i cadaveri vegetali in bella mostra sopra uno strofinaccio ancora neanche puliti bene. Anche quando comprano il miele lo guardano, lo osservano a favore e controluce, esprimono pareri. Non è raro che elargiscano consigli su un restyling dell'etichetta. La moglie o compagna o quello che è, invece, che si vede molto poco in giro e ha la decenza di parlare l'indispensabile, continua a lavorare in città, in un ufficio o uno studio, e si fa in media un’ora di macchina al giorno. Alle sette e mezza è già fuori e non torna mai prima delle otto. Inoltre, alla faccia del chilometro zero, un giorno sì e uno no, lei torna con la macchina piena di sacchetti della coop. 

venerdì 13 gennaio 2012

fame nervosa

ehi, falla finita di aprire il frigo di continuo. non c'è una possibilità una che quei quattro ingredienti rimasti si ricombinino in una maniera più appetitosa. e poi quel neon è davvero fastidioso.

zitto, o ci finisci dentro anche tu

c'è un giardino in fondo

Era un passante, la folla cercava di soccorrere a destra e manca tra le macerie, non si capiva più chi fosse vittima e chi soccorritore, tutti urlavano, si sostenevano l’un l’altro gridando di non mollare e nel frattempo imploravano l’aiuto di altri ancora, perché accorresse più gente possibile. Era un passante, e sfiorò i margini di quella folla. Alcuni lo guardarono sbigottiti, scandalizzati che non facesse niente, che non si rimboccasse le maniche e li aiutasse a scavare, ricoprendosi come gli altri di polvere e sudore. Chi in ginocchio, chi dimenandosi in terra, molti di loro lo insultavano e lo chiamavano vile e asociale, la bestia dicevano, ecco la bestia che non sa stare al mondo. A due che erano più vicini, lui che era un passante chiese Cosa è successo? Non vedi?, gli risposero gridando. Vedo, ma vedere non basta a sapere le cose. Voi sapete cosa è successo? Ecco un altro pazzo, ecco uno che si rifiuta di vedere le cose importanti, le cose come stanno! Il passante abbassò lo sguardo, e rimise le mani dentro le tasche. Ho già rinunciato a queste cose, aggiunse guardando già avanti. Se avete voglia conosco un giardino. È lì che vado.

Sono bastati quattro anni

La vita è strana, è strana perché succede tutto come in una formula, dove però senza che te ne accorgi si mischiano unità di misura diverse, e quindi non si può mai sapere, non hai idea alla fine di cosa prevalga. Ho sentito A, ieri sera. A è uno che scrive da dio, che scrive da sempre, che ha sempre detto Io devo fare lo scrittore. Certe volte m’ha pure rotto i coglioni con questa nenia, dico coglioni ma affettuosamente, perché in fondo ero complice. Ha pure pubblicato, con una casa medioimportante, era il 2006 mi pare e c'ha anche avuto il suo momento di celebrità. E invece l’ho sentito ieri dopo quattro anni, a parte qualche mail superficiale e forse due sms di auguri. Campa facendo il falegname, non proprio il falegname di porte, fa piccoli oggetti, soprattutto giocattoli, ma anche soprammobili o i giochi quelli di abilità di fronte ai quali le mie ginocchia si moltiplicano e le palpebre mi si abbassano leggermente. Dice che è molto più divertente di scrivere, guadagna bene, e ha quasi sempre la sensazione di un sorriso che gli fa compagnia sulla faccia. Volevo dirglielo, Certo che la vita è strana, ma poi mi sono fermato, perché magari si offendeva, per telefono non ci si capisce mai. È stato lui a dirlo, prima di chiudere, ma naturalmente a modo suo, con le sue parole che rispetto alle mie sembrano sempre con una dimensione in più. Mi ha detto Sai, la vita noi pensiamo che sia nostra, ma invece siamo noi che dobbiamo seguirla. E adesso ti saluto. 

giovedì 12 gennaio 2012

Quel signore lì

Quel signore lì, ne sono convinto, quello ha girato il mondo. Si capisce da come tiene i capelli, una passerella di fili sottili bianchi grigi, color delle perle al sole, e si capisce pure da come fa il verso di altri, da come racconta le cose. India, io credo, Oriente, ma anche quell’Europa del Nord che ai tempi suoi non ti dico cos’era, la vera scoperta, la miniera di corpi bellissimi e civiltà, di senso algido e struggente insieme della vita, come il loro sole, quel sole che c’hanno loro. Lo incontro nelle passeggiate paminesche, passando per quella strada lì, dove ha messo su una boutique, uno stanzone arredato con due cornici di caminetto e uno specchio rococò enorme e messo proprio al centro. Tu entri e prendi i maglioni, le sciarpe, te le provi, quelle due o tre maglie e sciarpe che ha, perché ne tiene davvero poche. Ha qualcosa anche dentro i cassetti di quelle cassettiere alte quanto una libreria che tiene dischiusi, e fanno sembrare che le cassettiere sono in décolleté, così, le hai sorprese mentre si mettevano in ordine ma una volte che sei entrato prego s’accomodi. Che ha viaggiato, che è un uomo di mondo lo capisci soprattutto da quei pantaloni, a sigaretta nonostante c’avrà i suoi sessantacinque-settanta, e le scarpe, diomio, scarpe allacciate di pelle rossa e gialla, ma non rosso e giallo da fare romanista, un rosso e giallo che potrebbero essere tipo amaranto e ocra, pantone 186 e 102, per lo meno. Lui di pantone ne saprà a bizzeffe, la prossima volta vi racconto pure quello che gli ho sentito dire passando…  

mercoledì 11 gennaio 2012

af(fav)orismo

la volontà è un cristallo vivo

C'è pace

Un momento, un solo momento. God is an astronaut - Loss, imparato da qui e la risatina di Sartre che mi dice L'enfer c'est l'autre, e io che da una vita gli rispondo Ma anche tutto il paradiso possibile. Intanto mi godo questo piccolo lago di musica e acqua color argento appena scoperta, acqua densa come il mercurio, una nebbia chiara che sfoca i contorni delle montagne appena discese. Silenzio dentro la musica, una cosa preziosa. E intanto ringrazio di cuore mariaemma per aver accolto quello che scrivo.

martedì 10 gennaio 2012

Un altro insetto

Lo studio di registrazione a quest’ora odora di muffa. S’immagina che adesso, che il sole ha mollato anche le ultime propaggini oltre la piccola finestra a sfioro del marciapiede, sbuchino da sotto il mobilio in fòrmica dei pollini particolari, di un colore violetto, o bluastro, e che questi sprigionino quest’odore particolare. Non sgradevole del tutto, ma che un poco lo inquieta dal punto di vista igienico e della salubrità. Le sue dita magre scorrono sui cursori, rifiniscono i settaggi. Sta preparando una traccia sull’intonarumori per la lezione del professore. Lavoro non semplice. Domattina il professore verrà eccezionalmente in studio, verso le dieci, dopo la prima lezione, verrà a sentire personalmente. La sua telefonata era molto chiara, quasi perentoria, sempre di una squisita formalità, aveva detto Gentilissimo S., con la sua voce impostata, di diaframma, Come da accordi passerò da lei tra le dieci e un quarto e le dieci e trenta. A domattina allora, la saluto. Il professore non è mai venuto in studio, le altre volte è stato sempre lui a recarsi con un cd all’Università. Gli era piaciuto farsi annunciare dall’usciere del dipartimento, bussare, aspettare qualche secondo mentre l’attesa per così dire prendeva forma concreta. Il professore quindi lo invitava a entrare, lo faceva accomodare, e terminava le sue occupazioni urgenti prima di rivolgergli completamente l’attenzione. Lui aveva il tempo di ammirare l’arredamento, ma mai abbastanza per completare un solo elemento, e così passava gran parte di quel silenzio a riproporsi di conservare qualche dettaglio, da approfondire la volta successiva. Un vecchio fonografo, in particolare, prometteva di essere un oggetto interessante. Ma c’era anche un pugnale del Siam, forse, una di quelle cose che sembravano uscite da un racconto di Salgari. Dopo una trentina di secondi, in media, il professore si volgeva a lui, ma si vedeva sempre che un occhio, o un orecchio, o almeno una piccola parte di quel prodigioso cervello erano altrove. A lui però questo non dispiaceva, forse perché si sentiva così garantito di una certa indulgenza, in caso di imprecisioni più o meno trascurabili. Ascoltavano insieme l’intera traccia, e di solito il professore poneva alcune domande molto tecniche, sui filtri utilizzati o sul bilanciamento. Assaporava sempre la risposta con l’aria di chi dovesse verificare con il proprio palato quanto stava scritto sull’etichetta di un vino che forse avrebbe acquistato, quindi congedava il suo fidato collaboratore, porgendogli la mano e accennando soltanto ad alzarsi. 
Il banco è sempre in disordine. Il monitor, ora che è spento, mostra impronte di dita oleose come se un bambino ci avesse giocato a schiacciare insetti. Dopo aver mangiato una di quelle sudicie merendine, magari proprio il figlio di quella del piano terra, magari in uno di quei rari momenti in cui S. si concede un caffè al bar di fronte lasciando la porta socchiusa. Questo odore è davvero insopportabile. Quella non è una finestra, è la feritoia di una cella, è impossibile sperare che aprendola si riesca a ricambiare un po’ l’aria. E poi, si sa, gli odori cattivi si accumulano tutti in basso. Gli odori dell’intero palazzo scendono giù fin nelle cantine, nei seminterrati. Alcuni precipitano dalle condotte, altri impregnano i muri e piano piano arrivano qui dove si trova lui. Lavorare in un luogo come questo non può essere una cosa positiva, si respira aria malsana, il lavoro stesso ne risente. E pensare a quante volte ci ha anche dormito, così per evitarsi il fastidio di tornare a casa, di farsi mezzora d’auto. È impossibile che il professore, in tutti questi anni, non abbia mai notato nulla. È indulgente, ecco tutto, è generoso e fa finta di non accorgersene. Prova per lui una certa simpatia, che forse confina anche con la pietà, o almeno con la compassione. Chissà quante volte quei cd che gli ha portato puzzavano, o erano sporchi, o graffiati. Nonostante la massima attenzione di S., che ha sempre fatto quel che poteva per apparire dignitosamente. Ma, appunto, per quel che poteva. Il professore ha fatto finta di niente, ma certo dentro avrà pensato qualcosa. Pochi secondi, perché è ovvio che non possa perdere tempo a occuparsi di gente inutile come lui, ma il tempo sufficiente per decidere qualcosa, una specie di piano. Un modo per trattarlo, per decidere cosa farne. E poi, mica S. ha mai assistito a una sua lezione. Come fa a sapere che usa davvero le sue tracce? È un etnoantropologo, il professore, nutre un forte interesse per le persone, ma di tipo scientifico, come un entomologo con i suoi schifosi animaletti. Gli appunti che prendeva durante i loro incontri non erano su qualcos’altro, magari erano proprio su di lui, sul suo atteggiamento così introverso, su questo maledetto difetto di pronuncia. Così, già l’ultima volta che S. è stato in dipartimento se ne poteva accorgere, notare che il professore era più distaccato, più estraneo. Gli ha dedicato meno tempo e infatti non ha voluto ascoltare l’intera traccia, come aveva fatto sempre. Era la traccia sul pianoforte viennese, sullo Streicher. Ha ascoltato quattro, cinque minuti, poi ha detto Va bene, va bene così, e l’ha licenziato. S. non ci ha badato lì per lì, ma adesso gli sembra un indizio evidente. Voice of Europe, il titolo del ciclo di lezioni. Almeno così gli ha detto. È un po’ di tempo, a parte questo episodio, che il professore gli dice cose che non lo convincono. Che senso ha Voice of Europe quando gli ha chiesto la traccia di un pianoforte del 1876? A volte si fa, a volte è capitato anche a S. di farlo, di dire qualcosa che distragga, che porti altrove l’attenzione. 
Quale luogo migliore, d’altronde? E quale orario più adatto? Alle dieci, domattina, il traffico per strada sarà caotico. I pannelli che insonorizzano lo studio copriranno qualunque tipo di rumore. Dall’Università a qui sono pochi minuti a piedi, in quattro, cinque minuti avrà fatto. Non hanno mai voluto rimettere la portineria, e quei maledetti del piano terra lasciano sempre il portone aperto. Il professore lo sa bene, come tutto il resto.

lunedì 9 gennaio 2012

stira e ammira

l'appretto di mia madre di quando stirava e ancora io non facevo i compiti, o se li facevo finivo presto sbucavo dalla mia stanzetta e il pomeriggio potevo stare con lei, immersi entrambi nella luce gialla dei neon vecchi della cucina che ognittanto sfarfallavano per ricordarci che se ci vedevamo dipendeva da loro, e l'odore dell'appretto stiraeammira arrivava ovunque, specie sulla panca di legno tutto graffiato e ammaccato nella quale amavo sedermi e anche infilarmi sotto, nell'incavo, per nascondermi così per gioco, per conservarmi, per così dire, o semplicemente stavo seduto con le gambe penzoloni. Non facevo i compiti ma disegnavo sui grandi quadernoni a quadretti che ancora sono giù, nel vecchio studio di mio padre con le ante in ferro battuto, questo me lo ricordo, e disegnando tenevo la testa tutta da un lato per appoggiarmi sul braccio che non disegna ma di solito fa da treppiede e riposarmi mentre disegnavo e a mente mia ci vedevo anche meglio, così, di sbieco, perché forse già ero un poco miope. L'odore di appretto, come non lo sento da anni.

passeggiate bolognesi

poi dice bologna. In quale altra città al mondo sarebbe possibile trovare «professionista esperienza bla bla impartisce a Domicilio Lezioni di Equitazione». Piazza Cavour, vedere per credere.

a tanto così dalla soluzione

perché ragiono meglio con le cuffie indosso, cuffie belle grandi coi cuscinetti e la staffa e il cavo lungo a occhio 150 cm?, perché ho l'impressione di concentrarmi, di ragionare meglio anche se lo spinotto che pure è attaccato a qualche uscita non riceve un solo elettrone e, pertanto, in cuffia non si sente niente?

venerdì 6 gennaio 2012

ora che ho capito questa cosa mi sento più in pace

[note dal mio cdl di Crollo della mente bicamerale]



Gli infiniti ricami pensosi sulla volontà sono vani. La volontà è una deduzione ingannevole. Essa non può che formarsi al di fuori di noi, come una nuvoletta di rugiada. La concepiamo dentro noi stessi semplicemente perché siamo convinti che agisca sugli altri, e quindi, per deduzione, deve per forza di cose essere anche dentro di noi. Utilizziamo la volontà come una specie di entità logica che possa determinare e rendere coerenti le azioni altrui. A un altro livello è la stessa cosa di dio. Le azioni altrui appaiono coerenti, e appaiono obbedire a una volontà, ma si tratta solo di una nostra deduzione: siamo esseri che devono in qualche modo - forse geneticamente - motivare quanto vedono accadere, forse per tentare di prevedere cosa accadrà dopo, per avere una possibilità di salvarsi. Abbiamo il vizio, del resto, di interpolare puntini luminosi e farne pezzi di zodiaco. La volontà individuale è un inganno, perché esiste solo come reazione a stimoli, ordini, suggestioni. Il gene egoista di Dawkins? 
Naturalmente neppure la tecnologia dispone di una qualche volontà, e chi fantastica che verrà fagocitato dalle macchine è poco più di un cybermasochista. In altri termini sta cercando - nella cosiddetta singolarità - l’avvento di una nuova e onnipotente divinità. Perché stare da soli, badare a se stessi, essere padri e madri di se stessi, è arcifaticoso. Come non esiste la volontà, così non esiste la coscienza. Volontà e coscienza sono concetti dedotti e installati nel nostro io (ma si può ancora usare questo termine senza venirne destabilizzati?) a partire da una specie di illusione mentale. Più o meno come con gli occhi vediamo cose che non ci sono semplicemente per assecondare le nostre strutture percettive, allo stesso modo pensiamo. O almeno crediamo di pensare.


ps: cdl sta per cahier de lecture, pretenzioso ma vero  

giovedì 5 gennaio 2012

loading - episodio 11. La gatta di casa


Gli uomini continuano a parlare, alimentando un rumore di fondo indistinto. Vorrei sapere di più, forse anche partecipare o almeno capire se potrei farlo, ma ogni volta che mi avvicino le parole risultano incomprensibili, come un cristallo di neve che si liquefacesse al mio approssimarsi. Comincio a pensare che parlino una lingua straniera e che certe parole suonano simili per una specie di inganno. Rovisto in quella piccola folla considerando i volti carte di un mazzo sparpagliato, un mazzo di carte vive e insubordinate che hanno appena scoperto di poter esistere al di fuori di un gioco prestabilito. C'è dell'eccitata spavalderia, in loro. Qualcuno ha il dorso rosso, qualcuno blu: si voltano un poco, per mostrare agli altri a che fazione appartengono, quindi riprendono a dirsi quel che avevano sospeso per un momento. Picche, cuori. Il re, il re governa ogni cosa, è a lui che alla fine dovranno chiedere di redigere il risultato. Da quello che avevo giudicato solo uno spiraglio, sulla destra, in fondo, e che invece è una porta vera e propria, viene fuori qualcuno. Due lunghe gambe nude e muscolose, levigate e lucide, ferrate alle estremità da un paio di sandali dal tacco sottile e vertiginoso, sbucano come una chimera dalla sua tana. Nonostante da sole siano del tutto umane e perfette, un attimo dopo quelle gambe sembrano appartenere a uno struzzo, perché è l’insieme, è il resto di ciò che subito compare dalla soglia che le fa apparire così. La ragazza indossa ancora quell’assurdo gilet di pelliccia, che ora sembra ancora più gonfio e grottesco, e la fa apparire sgraziata e insolente in parti più o meno uguali. La testa è senza espressione, e non sembra accomunata a uno solo dei dettagli che l’hanno preceduta. Al di là di quell’avanzo di animale morto, e dei sandali, non indossa altro. Con i tacchi inchioda ad ogni passo la moquette lurida dell’insolita passerella che qualcuno ha srotolato chissà quanti decenni fa, forse per la visita di un ospite di riguardo, e l’incedere lascia segni che sembrano quelli di un minuscolo predatore o di un piccione dalle dita amputate. Nessuno, indifferente a uno qualsiasi dei tanti motivi che riterrei ragionevoli, si cura di lei. Neanch’io, del resto, mi meraviglio di incontrarla ancora. Stretta nel suo pittoresco non-abbigliamento si aggira per la sala, senza cercare l’attenzione di qualcuno in particolare. Neppure io, ora, le interesso. Si rivolge chiaramente alle cose. Ha in mente un oggetto, e lo cerca come si cercherebbe una foglia dal profilo ben preciso in mezzo a una foresta, senza pretendere cioè che possa servire altro che la fortuna. Ma lei è forse il tipo da fortuna sfacciata, ed è per questo che non smette di cercare. Così, muovendosi con un leggero e svogliato movimento delle anche, propizia la buona sorte, e traccia delle traiettorie elicoidali che avviluppano i tavoli e le sedie, e i contenuti umani che incidentalmente li arredano. Come una gatta di casa nessuno si cura di lei, mentre spruzza da sotto la coda i suoi odori, e si soddisfa di qualche contatto accidentale, ma tutti sanno che c’è, e ne traggono una gran piacere.
Passa anche dalle mie parti, e io rimango volutamente fermo, immobile, e forse mi auguro di sembrarle una cosa anch’io, un oggetto a sua completa disposizione e, chissà, magari anche utile. Inspiro più forte, vorrei risucchiarla, almeno un poco, almeno qualche sua cellula superficiale. Uno di quei capelli mi basterebbe, uno di quei sottili capelli impigliato tra le punte sul mento che poco fa, quando non sapevo se entrare o meno, mi hanno quasi cartavetrato il polso. Ma come un asteroide che ha ben altre vastità da esplorare non cade nella mia orbita provinciale. 
- Salve - provo così a riagganciarla, sperando nel brusio di sottofondo per evitare scene patetiche.
- Ora ci diamo anche del lei?
- Ciao, allora. Cerchi qualcosa?
- Le chiavi.
- Di cosa?
- No, nessuna chiave. Come hai fatto a crederci? Vedi case, auto, motociclette?
- Ci saranno delle cabine, da qualche parte. Potevano essere le chiavi della tua cabina.
Mi guarda, come un animale che sente un rumore nuovo, artificiale, e inclina la testa stupito delle inaudite frequenze. - Cabine? Quello che vedi è tutto. Non c’è altro a bordo. 
- E dove passate la notte, allora?
- Questa che stai passando adesso, qui, non è notte, percaso?
Mentre mi parla finge di essere ancora più indaffarata, e usa la mano come fosse un piccolo rastrello, rimestando di qua e di là, tra alcuni oggetti alla rinfusa. A un certo punto ci mette quasi veemenza, perché forse mi vede tra quegli oggetti, e vuole spostarmi di forza. Ci sono molti aggeggi metallici, sembrano misuratori, e anche specie di microscopi o visori. Ghiere, piccole ghiere ovunque. È da quelle che sembra particolarmente interessata. 
- Io credevo che stanotte si trattasse di un caso eccezionale.
- Si vede che sei in cerca di eccezioni

lunedì 2 gennaio 2012

un angelo è impigliato


di fretta, ascensione complicata
il messaggio sta per evaporare
un angelo è impigliato
tra le setole del pittore ambizioso

sabato 31 dicembre 2011

indovinello numero uno

buon vino a cattivo fuoco





                 

sentitissimi auguri, a lei e signora



al tavolo del tempo. un anno, un altro 
come a ping pong, sbirciamo attraverso la rete
augurandoci che il colpo - spumante 
botti, applausi - abbia buon esito. 
in quel bacio sacrale stempererò la superstizione 
ma il vuoto che l’ha contenuto 
è tutto a buon rendere. 

venerdì 23 dicembre 2011

Loading - episodio 10. L'ultima sedia

Così quello è il capitano. È come dovrebbero essere tutti i capitani, dotato di barba, maglia a collo alto di lana grossa, naso lungo e sottile, occhi che comprendono ancor prima di aver visto. Ma io non devo essere - volutamente - entrato nel suo orizzonte. Ho fatto un bel tonfo entrando, eppure nessuno si è girato. Stanno a un tavolo, parlano, bevono, due o tre stanno anche mangiando qualcosa, lo capisco dal rumore di posate a tratti molto operose. La prima cosa che vedo sono i bicchieri, di latta lucente. Sopra il tavolo un lampadario da cucina spartana, con il piatto anch’esso di latta, che oscilla leggermente mescolando la luce cremosa emanata dalla grossa lampada appesa sotto. Mi viene appetito, mi avvicino, cerco di richiamare la loro attenzione. In un angolo c’è il marinaio che mi ha accolto, ma adesso è tutto avvolto in una vecchia coperta, allungato su una sedia con gli occhi chiusi. È questo il suo sonno abituale, si vede. Non ci sono brande?, mi chiedo. L’atmosfera nel complesso è allegra ma avvicinandomi percepisco delle parole che suscitano qualche tensione, si parla forse di un errore nella rotta, di un guasto alla strumentazione, di un problema tecnico. I sorrisi che vedevo appena entrato, da vicino sono più delle smorfie di inquietudine. Il capitano ha alzato un momento gli occhi su di me. Gli è bastato uno sguardo dalla cintola in su per capire che razza d’uomo sono. Non devo averlo interessato, perché ha ripreso immediatamente i suoi discorsi senza neppure bisogno di pensare a dov’era arrivato. Gli altri lo hanno imitato e fanno come se non ci fossi. Io ne approfitto per curiosare tra gli avanzi dei loro piatti con l’impertinenza di un randagio. 
La sala in cui mi trovo assomiglia a un salone. Qui gli uomini mangiano, passano gran parte della giornata e, a quanto pare, anche della notte. C’è un odore di carta bruciata che copre quasi del tutto il salmastro. In una specie di credenza sono affastellati centinaia di documenti. Da come sono disposti si direbbe siano caduti forse più di una volta, e che qualcuno li abbia sistemati alla rinfusa, come una valigia dell’ultimo momento. Nel piccolo tavolo di fronte a quello grande sono poggiati alcuni strumenti. All’improvviso, mentre credo di essere ormai svanito nel nulla, sento una voce netta e pungente che si rivolge chiaramente a me e mi aggancia come un grosso amo metallico: - Non li tocchi -. Non c’è alcuna tensione, ma il capitano vuole essere certo che quell’eventualità, che forse qualche mio gesto aveva ventilato, non si verifichi in nessun caso.
- No, certo - dico senza avere il tempo di prepararmi per quella mia prima emissione di voce in pubblico. Riavvolgo i miei passi e mi allontano cautamente da ogni tavolo. Ora cerco una sedia, e stranamente non ne trovo a disposizione. Ce n’è solo una libera, ma si trova a due posti alla sinistra del capitano. Dopo qualche incertezza quella sedia diventa la massima cosa cui abbia mai ambito. La vista della sua seduta lucente, concava, accogliente, è ormai un richiamo. Comincio a immaginare tutti i possibili percorsi che mi potrebbero portare ad essa. Fantastico sulla sensazione che proverei a starci seduto. Non vorrei in nessun caso distrarre il capitano, o infastidirlo, o nuocere in un modo qualsiasi alla sua conversazione, ma temo ogni momento di più che l’unico modo per raggiungere quella sedia sia passargli davanti.

Loading - episodio 9. Discesa

Non provo sonno, anche se dovrei ragionevolmente provarlo. Ma forse è stata l’emozione, è l’adrenalina che ancora non smaltisco, fino a un momento fa ero in balìa del mare e del suo nero, adesso tutto è cambiato, è ricominciato. Non me ne sono reso conto, si sa in casi come questi come funziona, tra un minuto avrò il crollo. Ma la verità è che è come se non fosse successo niente, e come se non aspettassi niente. Non sono veramente scosso, si direbbe che non sia passata attraverso il mio corpo nessuna emozione: ho compiuto dei gesti, prevedibili, e poi, trovata questa ringhiera mi ci sono avvinghiato come farebbe un animale cui si è guastato qualche meccanismo istintivo e non sa più niente del branco, degli istinti, della tana. Non sono neppure annoiato. Sono molti minuti che dico di andare sotto coperta. Ma perché dovrei? La vocina è sempre più flebile, convince sempre meno, evapora quasi tutta prima di arrivare alle mie orecchie. Intanto però mollo la presa, e ritiro le mani facendo una certa fatica. I palmi sono piagati, non sento nulla però, sono le mani bianchicce e segnate da lunghe fessure infiammate di un altro, di qualcuno che non mi interessa neppure conoscere. Potrebbero essere di un manichino. Se non avessi visto quei segni ripugnanti, che sottolineano come pieghe di un tessuto bruciato le basi delle dita, se non le avessi viste per caso, con la parte bianca dell’occhio, non avrei saputo in che condizione si trovano le mie mani. Ho bisogno di luce, adesso, devo controllare. 
Così decido di andare sottocoperta. Ho cercato una via diversa dalla pertica, una scala che pure deve esserci, almeno per risalire, ma non l’ho trovata. Nel brevissimo giro di perlustrazione sul ponte ho trovato una porta, forse blu o verde, con una chiusura stagna da sommergibile. Deve essere quello l’accesso alla scaletta, non ho dubbi, ma non mi sono azzardato a toccare. Intanto però i miei piedi hanno compiuto quasi i passi di un gradino, poi di un altro, così, da fermo. Ho visto un cartello sopra la porta, privo di parole ma il disegno stilizzato è molto eloquente: due fauci di uno squalo che emergono spalancate sopra due onde parallele, e un omino che ci precipita dentro, proprio in bocca al pesce affamato. All’inizio mi è sembrato qualcosa di spiritoso e ho sentito gli angoli della bocca arricciarsi istintivamente. Poi mi è venuto un dubbio e ho guardato in direzione dell’unica luce che si vede, che è stata dietro la mia testa per tutto questo tempo, e che ora mi passa da un lato all’altro della fronte a seconda di come mi muovo, una cabina a prua con le pareti in vetro cui si può accedere solo dall’interno e che emana un bagliore desolato. Se c’è qualcuno che guida la nave è immobile, seduto da ore. Mi sarei accorto anche della più piccola ombra, del minimo movimento. Il rumore dell’acqua che attraversiamo senza fretta assomiglia al fruscio di una seta pesante, uno strascico che qualcuno dietro di noi continua a tirare. Noi: io e il vecchio? E basta? Magari c’è un sistema automatico. Mi trovo già sulla pertica, avvinghiato come una scimmia inesperta di questo genere di alberi. Basterà allentare un poco la presa e sbucherò anch’io di sotto.

domenica 18 dicembre 2011

Loading - episodio 8. Quella strana sensazione

Sono ore che navighiamo, ma l’orizzonte è ancora lì, immobile. È come se qualcosa non funzionasse in quello che vedo. La nave si muove, di questo ne sono certo. Mi sporgo per vedere meglio la poca schiuma lungo i bordi. Mi è impossibile da dove mi trovo andare fino a poppa, ma vedo comunque, alla poca luce che c’è, il biancore spettrale di una porzione della scia. Per un attimo, un solo attimo, penso che se andassimo alla stessa velocità della rotazione terrestre quello che appare ai miei sensi sarebbe possibile. Sarebbe come inseguire un’alba che non arriva, ma poi no, poi capisco che ho fatto i male i conti. Non puoi inseguire un’alba, puoi solo tenerla faticosamente alle tue spalle, come un branco di lupi affamati. È invece tecnicamente possibile inseguire un tramonto, ma comunque i conti non tornerebbero. Ci vorrebbe un jet, non una sorniona imbarcazione che andrà a dieci, quindici nodi al massimo. E poi ricordo perfettamente che era notte, prima, nella roulotte, e il tramonto è per definizione l’inizio della notte, non la sua conclusione. Mentre ricompongo queste considerazioni frammentarie, cercando di ottenere dall’insieme anche un solo dettaglio con cui possa sostenere decentemente una ipotesi, e che mi suggerisca il prossimo gesto, e anzitutto se c’è un gesto qualunque da fare, mi sento trascinato verso l’alto. Un cavo ha portato i miei occhi e la mia testa dove cominciano tutti i cavi, dove le carrucole cigolano e concedono gli spostamenti. Vedo ogni cosa come se fosse in miniatura. La nave è una riproduzione giocattolo, io un omino dai movimenti limitati, solo quelli previsti da articolazioni semplici, il mare una vasca allestita da giocatori fanatici che assistono divertiti alla scena. Ogni singola porzione di questo modello ha non più di due gradi di libertà. C’è un bordo, poco lontano da dove mi trovo, e forse loro sono affacciati a quel bordo, così come io a questa ringhiera sudicia per il salmastro, ma non posso vederli per via del buio. L’idea che a un certo punto, guardando fisso il nero sopra l’orizzonte appena percepibile, ci siano delle sagome, delle teste, dei profili umani giganteschi, mi riempie di angoscia. Sono loro che azionano le pompe che muovono l’acqua e danno l’illusione che sia il rimorchiatore a muoversi. No, non è vero neanche questo. Mi dovrebbe riempire d’angoscia, ma non succede. È la stanchezza la colpa di tutto, anche di questa distanza dalle mie abituali sensazioni. Ho scatole vuote disseminate lungo il corpo e la mente. Scatole che in una condizione del genere si riempirebbero normalmente di angoscia, freddo, paura, inquietudine, rabbia. Ma ora sono troppo stanco, e queste scatoline non riescono a riempirsi, e io mi meraviglio che rimangano vuote. Si negano con le loro esili palpebre di cartone. Sono evidentemente esausto e pochi minuti passati sul ponte mi sono sembrati ore. Devo decidermi ad andare sotto coperta, anche se non sento freddo. Sono stanco anche se le gambe non mi si piegano affatto. Mi devono offrire almeno un caffè e delle ragionevoli spiegazioni. 

sabato 17 dicembre 2011

venerdì 16 dicembre 2011

Loading - episodio 7. L'attesa dell'alba

Sono stato accolto con indifferenza. Salito a bordo mi sembrava di aver messo piede sulla terraferma, una terraferma di robusto metallo che risuonava a ogni mio passo. Il tizio che mi ha porto la scaletta non ha detto una parola, ha sorriso appena, e nel farlo ha cancellato per un attimo la sua età. Poi è sparito, forse perché voleva che mi godessi da solo, avvinghiato alla ringhiera oleosa di questa specie di rimorchiatore, la visione della sagoma della roulotte che si allontanava. Quella specie di creatura galleggiante mi era appartenuta, e io cercando di ricostruirla nel buio quasi totale - soprattutto adesso che i fari erano stati indirizzati altrove - mi chiedevo se ci avessi lasciato qualcosa di importante. 
Non mi aspettavo certo delegazioni o onori particolari, ma nessuno sembra essersi accorto di me. Il vecchio marinaio è tornato nella pancia della nave, l’ho visto calarsi per una specie di pertica in metallo e ho sentito distintamente il tonfo anch’esso metallico del suo atterraggio. Come fosse un ragazzino. L’imbarcazione è piuttosto grande, ci saranno almeno una ventina di uomini d’equipaggio a bordo. Ho la sensazione paradossale di trovarmi a una festa, ma come un perfetto estraneo che aspetta in giardino. All’interno di una villa della gente che si conosce da tempo si sta divertendo, e io non so se entrare o meno. Così resto ancora sulla balaustra, proteggendomi con la coperta che mi è stata offerta, e che indosso come una specie di saio. 
Appena mi rendo conto di questo, di quanta forza metto per stringere la coperta di lana scadente e infeltrita all’inverosimile, mi accorgo anche di un’altra cosa, e cioè del fatto che non provo freddo. Nella roulotte, a un certo punto, stavo quasi gelando. Ma forse era la paura. Qui, benché mi trovi piuttosto in alto, e senta il vento del mare che mi schiaffeggia quasi, non ho freddo. Perché dovrei fingere di aver freddo, allora? Lascio che la coperta mi cada alle spalle, fregandomene del fatto che possa rovinarsi. Cosa mi importa? Che ospiti del cazzo! Non uno che mi sia venuto ad accogliere. Mannò, non mi interessa neppure questo. Perché fingo di arrabbiarmi? Non sono affatto adirato, e non trovo neanche tanto scandaloso il fatto che mi stiano ignorando. Saranno intenti a far andare avanti la nave. È notte piena, alcuni di loro dormiranno profondamente, cullati dalla regolare andatura della nave che ha ripreso il suo viaggio dopo la sosta per salvarmi. Dove stanno andando? A est - ma lo deduco soltanto dopo - c’è una sottilissima, quasi impercettibile linea più chiara, e quella sembra la direzione. Il mattino è vicino. Con questa stagione forse sono le quattro, più o meno. Visto che non provo alcuna sensazione sgradevole, neppure stanchezza, resterò qui, immobile, almeno finché non sarà sorto del tutto.

giovedì 15 dicembre 2011

La macchina subliminale

Ieri ho visto la Freemont, per la prima volta me la sono vista bene. Era un’auto istituzionale, con lo scudetto di fianco alla targa. Corpulenta, massiccia, sgraziata come solo gli americani sanno fare. Tipo la Dodge Nitro, la Hammer, cioè tutta fuffa, scatolame, ma molto molto peggio, perché neppure arrogante e pretenziosa. Solo vuota. Volendo sembra una Stilo agli estrogeni. Oh quanto fastidio mi dà vedere una creatura tanto spigolosa e tanto poco italiana con il marchio Fiat (di cui peraltro non è che sia particolarmente orgoglioso). I designer italiani? Viene dalla Dodge Journey, assomiglia a un elefante carbonizzato ed è vecchissima. Ha le luci a led, dietro, come si porta adesso, ma ci hanno disegnato appena appena due cerchietti. Almeno in Alfa si sono inventati quella specie di citazione da capitello ionico. Poi capisco che è un messaggio subliminale, che Marchionne sapeva tutto: Freemont. Free Mont(i). Poi dice i poteri forti.

martedì 13 dicembre 2011

Com'è umano lei...

In questo periodo una delle mie trasmissioni preferite (se non altro perché allieta il mio promenage paminesco) è Pagina 3, in onda alle 9 sull’omologa radio. In questo momento ci allieta Nicola Lagioia, noterrimo scrittore di non poco interesse. Ma è l’altro versante della staffetta a conturbarmi: Edoardo Camurri, per me bella scoperta. Non guardando televisione ignoravo che fosse il conduttore di Mi manda rai tre, regno marrazzesco fino a qualche tempo fa. E prima prima Antonio Lubrano, una specie di Pomicino dalla parte della gente. Bene, di Camurri, di cui ora so molte cose grazie a qui, mi piace il tono, il genere di conduzione, le citazioni, e soprattutto mi mandano in sollucchero le sue imitazioni fantozziane. Sottolineature per notizie che qualcosa del ragionier Ugo effettivamente contengono. Mi chiedo quanti dei dai-25-in-giù sappiano chi è Fantozzi, se non vagamente e per raffazzonata imitazione. Quando Edoardo, raffinato intellettuale che non perde occasione per puntellare con il fiore dei suoi studi filosofici gli articoli spesso ben poco dotti che si trova a commentare, quando egli libera la sua vena fantozziana, io letteralmente gioisco. Dapprima ero diffidente e levavo il sopracciglio, perché consideravo Fantozzi un patrimonio affettivo e intimo, da trattare con cura e condividere con pochi eletti. E poi lo trovavo fuori luogo per Pagina 3. Poi, però, piano piano, ho apprezzato. Non solo perché è un vezzo simpatico, ma anche perché ha l'effetto di far sembrare tutto molto molto più umano. Dissacrando e relativizzando. Il solo rischio che vedo è che, per chi quei meravigliosi classici del pensiero nihil-chic non li abbia mai visti, quella voce stentata, goffa, ansimante, che senza pudori parla di lupman e granfarabutt, che sottolinea con humour gelido come i muri in cemento di un megaufficio le tragiche vicende della vita, diventi, tout court, camurresca.

lunedì 12 dicembre 2011

Loading - episodio 6. Lasciare andare, lasciarsi andare

Peggio per lui. La distanza siderale da quello che ero mi fa quasi ridere. Sotto le dita che rovistano senza l’ausilio degli occhi sento quasi subito quello che mi serve. Devo acciuffarlo, prima. Tramutarmi in gatto. Ero quasi vegano, non mangiavo carne terrestre: pescetariano per la precisione. E ora, invece. Ma se non ho neppure fame, perché dovrei? Perché è un intruso, anzitutto, di topi in gabbia uno è più che sufficiente. Trema, poverino, trema tutto. E poi io ho bisogno di proteine. Coi chiodi arrugginiti gli pianterò quelle stupide zampette e sarà il cristo della sua specie. Mi dovrebbe ringraziare. Mentre l’animella che ancora gli fluttua vicino la coda esalerà io ingoierò il suo corpo, pezzo a pezzo, senza neppure scuoiarlo. Mi illumino quando concepisco come procedere. Voglio che abbia le mie stesse cicatrici, che riporti anche lui sulla pancia un ferro di cavallo rovesciato. Che si dimeni, che si dimeni pure. Eccolo, è in un angolo. Ho sfasciato mezza roulotte per costringerlo dove è adesso. Se avesse delle spalle sarebbe spalle al muro. Ma tu, topolino, non ce le hai le spalle! Hai una schiena pelosa e sudicia, che tra un poco mi solleticherà le gengive. Ormai è questione di momenti, devo solo calarmi sul suo corpicino fremente, schiacciarlo nel palmo e succhiarlo ancora caldo, come fosse un uovo. Ma il farabutto è ancora veloce, ha ancora presenza di spirito. Salta, sguscia, non so come abbia fatto ma è già altrove, a sinistra, dietro. È un gioco, un divertentissimo gioco, divellere una delle mille antine di questa merda di casa galleggiante e lasciarmi andare, sentire le braccia che mi fanno male e diventano il cuore pulsante del mio vigore. Colpisco, alla cieca, senza neppure curarmi se il ridicolo mammifero è sotto i miei colpi o no, frantumo, produco un boato continuo che mi investe benefico e privo di qualunque ipocrisia. Sto generando il caos e non riesco a fermarmi. Ma ucciderlo così… Provo a rallentare, a togliere linfa al gusto, comincio a ripetermi, come posso, una parola alla volta, che è barbaro e inutile, che se proseguo procurerò delle falle alla lamiera, finiremo giù entrambi. 
Un’onda colossale ha appena investito il guscio, che è salito come sulle montagne russe. Io ho sbattuto la testa, ho lasciato andare la mia arma. Poi ancora due, tre onde ma meno elevate. So cosa significa. Riesco a rimettermi in piedi, anche se sono tutto dolorante. Il pensiero che scandisco è: Voglio godermela tutta, non voglio restare per terra. Nel giro di qualche secondo una luce azzurrina entra nel mio loculo, forte e indiscreta, sciogliendo le sagome e i colori che avevo percepito finora, e che mi ero rassegnato a considerare il mio ultimo carnevale. Il topo ne ha approfittato per svignarsela. Sono immobile, rigido sulle gambe come se sotto i piedi ci fosse un enorme surf, e da me dipendesse il mio stesso galleggiamento. L’onda si è smorzata, ma cominciano delle piccole vibrazioni continue. Anche questo so che cosa significa. La luce va e viene, come l’occhio di bue su una comparsa, mentre questa specie di barcone si mette a oscillare, a beccheggiare, a rollare. Finalmente il segnale che aspettavo: una lunga, profonda sirena di nave, come il sospiro di una gigantesca balenottera inquieta. Mi decido a lasciare la mia posizione e sporgermi verso uno dei due oblò, graffiati tanto da essere diventati opalescenti. Ormai ne sono certo, spetta a me alzare un braccio, fare un segno qualsiasi. 

domenica 11 dicembre 2011

Brevissime considerazioni sul Mutolismo

Benché la definizione di Mutolismo suoni a primo acchito piuttosto infelice - a me ha fatto pensare a una sorta di menomazione, ma è un problema ricorrente quando si cerca di tradurre in maniera tanto letterale i nomi di correnti straniere battezzate in lingue non neolatine - devo riconoscere che il valore intrinseco di queste opere è notevole. Non può essere un caso che le recenti mostre tenutesi a Den Haag, a Gliwice in Polonia, e persino in una sala del prestigiosissimo Hamburger Bahnhof abbiano riscosso tanto successo, come si dice in questi casi unanime di pubblico e di critica. Io non sono certo un esperto e quindi eviterò di esibirmi in contorsioni sul valore di quanto sta suscitando tanto interesse. Devo limitarmi a quanto vedo e percepisco, e cercare di esprimerlo come posso. È anzitutto evidente che il Mutolismo  possiede qualche ragione d’esistere e il merito di farsi notare nella generale tendenza al redshift dell’arte contemporanea. A mio modesto avviso si tratta di tele agghiaccianti nella loro semplicità, superfici che già per lo specifico trattamento hanno una potenza espressiva e una capacità di rendere lo spettatore autenticamente partecipe che poche altre opere possono vantare. Sanno ricondurre con forza a un presente - pur nell’assoluto antirealismo, quasi sfacciato - che invece pare sfuggire da tutte le parti e non solo nel figurativismo e post-figurativismo. La forza con cui i vari Minewicz, Loeb e gli altri ci rivolgono la parola è da lasciare persino perplessi. In un momento in cui la realtà si sfascia palesemente, si disgrega abbandonando quelle strutture consolatorie - anche ideologiche - che l’avevano tenuta insieme come grinfie di un’arpia metallica -, in un decennio come questo in cui l’architettura è design in scala gigante, il quotidiano è disseminato di pod che si riproducono incrociandosi tra di essi e proponendosi simili in dimensioni diverse come nei peggiori incubi cyborgenetici, in un tempo come questo l’effrazione dell’antirealtà può essere una soluzione, uno squillo di tromba efficace. La necessità di una partecipazione che scaturisce da queste opere d’arte è talmente evidente da non richiedere chiose forbite o le solite motivazioni da psicologia percettiva. La si guarda e basta. Ed essa agisce, con un incantamento che a dire il vero quasi avevamo dimenticato. Ci si muove a partire da questo modo di fare arte, si compie necessariamente un passo. Credo che il nesso più forte l’abbia rilevato un mio allievo, un ragazzo di neppure diciassette anni, che con la freschezza tipica di chi sta ancora accrescendosi nell’entusiasmante avventura dell’educazione liceale - il prodigioso lievito finirà presto, ma lui ancora non lo sa -, ha così commentato: - C’è da restare muti. 
Frase evidente, banale, e persino paradossale. Ma dietro cui mi è parso di scorgere un triste presagio. Che futuro, che ricezione potrà esserci in un paese come il nostro in cui, oltre alla condizione asfittica del sistema cultura, la parola ai cittadini è stata già da tolta da tempo? Che stupore potrà suscitare da noi il Mutolismo, forse la corrente più innovatrice degli ultimi cinque lustri, quando l’annichilimento più assoluto è già entrato a far parte del nostro principale ordine di idee?

venerdì 9 dicembre 2011

Loading - episodio 5. Uomini, topi

Non mi ci vedo a morire così. Adesso che so come stanno le cose avverto la roulotte oscillare, come farebbe un qualunque barcone di lamiera. Non era il mio stomaco, né la testa a fare capricci. Per fortuna non c’è vento, sembra che tutto sia sospeso. Non ho visto stelle, ma non ho alcuna voglia di guardare di nuovo. L’unica lampadina, penzolante poco sopra il lavello, emette una luce da frigorifero, eppure riesco a trovarla di conforto. Non ho alcuna idea di dove si trovi la batteria e per quanto tempo durerà ancora. Penso solo che se ci spegneremo assieme non sarà tanto terribile. Avrei dovuto assecondarla. La barbie, avrei dovuto farmi sedurre, o sedurla io se era il caso, è così che si fa con gli scemi. Assecondarli e spremerli, e a quest’ora probabilmente mi troverei su un materasso ad acqua, con un sapore di plastica in bocca e un sorriso beota e incontrollabile che mi sale dalla radice del pene. È strano che non provi né fame né sete, né alcun altro stimolo. Da stamattina non ho toccato neppure un sorso d’acqua, però. Che mi abbiano manipolato qualcosa, a livello nervoso, magari come quelli che non hanno il senso dell’olfatto, o del tatto, e possono inalare un veleno per sbaglio o ustionarsi senza accorgersene in tempo. Potrebbero avermi reciso i nervi della fame. Il vago, per esempio, o qualcosa del genere. Sono seduto, la testa mi è scivolata tra le mani, e tengo il mio sguardo fisso sul punto in cui pavimento e parete si incontrano: questa roulotte è sudicia. Anch’io, del resto, lo sono. Emano un odore dolciastro, che a momenti cerco più morbosamente e inalo con un’unica narice. Mi sto convincendo che ci sia anche un fondo di disinfettante, o anestetico, non so, e che assomiglia a quegli ospiti pericolosi, che ogni tanto si è costretti a invitare. Uno di quelli che conosci poco, che esercitano uno strano fascino e potrebbero sfasciarti la casa da un momento all’altro o ucciderti il cane o peggio, violentare te e la tua donna. La cicatrice è grande quasi quanto un pugno, a ferro di cavallo rovesciato, come cioè non si dovrebbe mai mettere: mi hanno cucito addosso un segno della scalogna. Ho già provato a passarmici un dito, sopra, ma non ci sono riuscito. Adesso mi sento più invogliato a farlo. Morire senza essermi tolto almeno questo sfizio? Appena il polpastrello dell’indice destro sfiora l’inizio della cicatrice, che ora mi sembra grande come la cunetta smossa da un roditore, ritraggo istintivamente la pancia, spaventato. Un formicolio mi arriva fino ai talloni per protestare che non è il momento. Ma io aspetto, ho deciso di farlo e lo farò. È il mio corpo, ho ogni diritto. Più lentamente, con un’attenzione che mi sorprende e mi aliena dalla mia stessa mano, riesco a fare in modo che quella creatura sfregiata e oltraggiata che ha trovato riparo poco sotto il mio sterno si lasci avvicinare. La bestiola ha qualche piccolo sussulto, poco ci manca che squittisca. Mi faccio anch’io più coraggio, e dolcemente riprendo a sfiorarla, sentendo le irregolarità adesso come si trattasse di increspature, avvallamenti, strapiombi e io fossi un gigante pronto ad accudire e proteggere queste terre abitate da brava gente. Sento uno squittio per davvero. Mi volto: c’è un piccolo topo bianco dagli occhi rossastri che ha deciso proprio adesso di venire allo scoperto.    

mercoledì 7 dicembre 2011

Punch a colazione

Sabato mattina. Il rito della ricolazione viene celebrato in uno dei miei bar-panetteria-miniristorante preferiti. Per chi non lo sapesse la ricolazione è l’atto di rifare colazione al ritorno dal mio giro con Pamina, più o meno verso le undici (il giro del sabato e della domenica è più lungo e meno mattiniero del solito). La faccio mangiare, aspetto che Ale si faccia (più) bella, indi si va, affamati come un’armata Brancaleone (io e Pamina, intendo, anche se Ale neppure scherza…). Giungiamo in loco, ci sediamo, io ordino quelle due o tre cosette per accompagnare i due tre caffè, caffè macchiati, cappucci, ecc… Non fa freddo, è una mattinata limpida. Dopo pochissimo sopraggiunge una dama, sui settanta, curata assai, con cappello e giacca in lamè, di una sgargiante eleganza che fa tanto Olgiata o, per restare in zona, via D’Azeglio/via Farini. Bella donna d’un tempo, si ostina nonostante l’età ormai del tutto scaduta a non portare calze sotto le scarpe scollate, e mostrare di conseguenza le grosse vene sul collo del piede che tanto - per colore e consistenza - ricordano certe radici assetate. La prima cosa che fa è notare Pamina. Pamina è un cane molto socievole, dolcissimo per aspetto e indole, che non perde occasione per farsi sfruculiare da umani e non. La signora in lamè accarezza il cane, le rivolge un paio di frasi sdolcinate, quindi ci rivolge la parola per chiederci come si chiama. Il riferimento al Flauto magico (Pamina è la figlia della Regina della notte) non lo coglie, ma il nome le piace, le suona bene. Dopo qualche momento rivolge compiutamente la parola anche a noi, degnandoci di più e più sguardi, ma è irrequieta e ordina un punch. Non commenterò il fatto che non siamo a Canazei, che ci sono forse dieci gradi e che sono le undici di mattina: ognuno di fatto è libero di tracannarsi quello che crede quando e dove vuole. Il punch dunque. 
La ragazza del bar è un tipo piccolino, con la visiera calata sugli occhi, un tatuaggio che sembra il dettaglio di un dragone sul collo (fantastico che il corpo della bestiola si prolunghi per tutta la schiena) e un accento romano piuttosto marcato. Sarà una studentessa, ieri avrà fatto le quattro e non vuole che le si vedano le occhiaie. Serve tutti di fretta, con la minima gentilezza necessaria. Codesta cameriera prende l’ordine della scintillate signora, ma commette un errore gravissimo perché dopo un paio di minuti porta il punch in una tazza. Una tazza da cappuccino, più o meno. Terribile. Si scatena l’inferno. La vecia va su tutte le furie, s’indispettisce, fa commenti di ogni ordine e grado. Chiede con forza di aver portato il punch in un bicchiere adeguato, accenna persino a sbattere il palmo di una mano anch’essa ricoperta di radici sul tavolino. Sono momenti di fibrillazione, il mio mozzicone di cornetto all’albicocca si è arrestato tra le labbra, Ale fa finta di guardare una rivista ma si vede che non procede di una sillaba e alza il sopracciglio. La vecchia è su tutte le furie, ma ha deciso di dimostrarsi tollerante (tollerante, che parola horrenda!), e ha concesso un’altra chance alla cameriera. Intanto accarezza il mio cane e le fa tante di quelle moine - ma è perché sente l’odore del mio, i cani mi amano, io li amo tanto, sa?, mi riconoscono subito, e via blaterando - che io che la guardo mi sento schizofrenico. La ragazza torna con il punch versato in un bicchiere da rum, cosa che a me sembra un compromesso più che accettabile. Ma non per lei, che deve essere stato il cuore stesso del jet-set bolognese negli anni ‘60. Il tiranno in lamè si rizza in piedi, aggiusta il cappello sui tre quarti e chiede come farebbe un burattinaio malvagio di parlare con la signora Rosa. Non c’è, squittisce qualcuno, ma da molto dietro, forse dalle cucine. Rosa sarà la proprietaria del locale, probabilmente sua collega di bisboccia. Non c’è? Ah, bene, allora tornerò stasera. Perché qui, qui c’è da mettere tutti in riga. 
Menomale che ama tanto i cani…

lunedì 5 dicembre 2011

Loading - episodio 4. La preparazione del viaggio

Devo procurarmi tutto ciò che mi potrà essere utile. Dopo qualche minuto che passo ad aprire e chiudere i maleodoranti vani distribuiti diabolicamente in questo spazio claustrofobico mi rendo conto che sto solo perdendo tempo. Anzi continuo a ripetere l’inutile operazione con sempre maggiore violenza. A un certo punto metto una tale foga nel chiudere uno sportello che la baracca sembra venire giù, ed è come se addirittura l’avessi spostata. Sento un rumore dal fondo, come se qualcuno grattasse, un rumore che potrebbe terrorizzarmi. Non so da quanto dura, forse sto solo esagerando e montando ad arte la cosa, perché cerco una scusa per maledire e abbandonare questo posto. Qualcuno - non io, ne sono certo -, ha messo delle lenzuola umide, strizzate malamente e che puzzano di piscio proprio dentro il lavello. Lo avrà fatto mentre ero in spiaggia. Sono bianche con dei vistosi girasoli neri: forse una specie di messaggio intimidatorio che ancora non so interpretare, ma che quando realizzerò mi farà ammattire. Devo andarmene il prima possibile, riposerò altrove, quando e come potrò, perché qui è impossibile trovare la quiete necessaria. Come un gatto o piuttosto un barbone che ha passato le ultime ore a frugare tra i cassonetti, ho raggruppato il deludente bottino su un ripiano per l’inventario. C’è qualche vite, alcuni chiodi storti, un paio di bicchieri in vetro molto grossolano, una mezza dozzina di cucchiaini, un coltellino svizzero senza lame, dello scotch di carta quasi finito, una vecchia rivista enigmistica in una lingua che non conosco e infine del fil di ferro ricoperto, di quello che si usa per chiudere i sacchetti del congelatore. C’è anche una vecchia borsa, una specie di zaino con una cinghia sola che puzza di bitume ma con la cerniera ancora buona. Voglio portare con me anche l’unico cuscino: puzza di muffa e c’è una grossa macchia gialla su uno dei lati, ma dal momento che non ho idea di dove troverò da dormire non vorrei rimpiangerlo. Sono a pezzi, mi sento così debole che la testa mi gira. Dovrei stendermi ma ormai provo autentico schifo per quel materasso. Dovrei mangiare. Il mio stomaco sembra pieno di liquami.
Ma non c’è cibo né acqua qui dentro. Le gambe fremono, benché quasi si sciolgano per la fatica. Vorrei avere un piano, o almeno un’idea qualsiasi che abbia il coraggio di immaginare qualcosa fuori di qui, ma l’unica cosa che so è che se voglio continuare a vivere non ci sono altre uscite oltre quella porta da cui sono tornato - e questo ora mi sembra essere stato un errore gravissimo -, e che probabilmente quei due mentecatti stanno ancora lì, aspettando la mia prossima mossa, forse anche l’ultima. Dove saranno finiti? Magari si sono annoiati. La noia è il sentimento più diffuso, avrà contagiato anche loro. Sono umani, in fondo. È curioso come all’interno della roulotte non arrivi quasi nessun rumore. Mi accosto alla porta. Se faccio aderire l’orecchio alla lamiera gelida sento qualcosa di simile al muggito rauco delle conchiglie, un canto esoterico e indecifrabile, e probabilmente anche del tutto privo di senso. Mi faccio forza e mi decido a uscire, ripetendomi che non ho altra scelta. Ma per quanta forza ci metta la porta non va, neppure a spallate. Infuriato mi ricordo degli oblò. Mi affaccio, e quello che vedo - o meglio non vedo - è terrificante: è notte e sono in mare aperto, imprigionato in questa gelida tomba di lamiera che galleggia per non più di metà.

venerdì 2 dicembre 2011

Loading - episodio 3. Souvenir di casa

Non sono in vena di filosofia, o di insegnamenti di vita. Non m’importa se quello che dice può avere una parvenza di intelligenza o profondità. A me sembra una specie di scocciatore guardone, calvo e grasso e che probabilmente muore di invidia perché chissà da quanto tempo ha messo gli occhi addosso su quella mezza matta mezza nuda. A questo punto non ho alternative. Il mare non è mai stata una via d’uscita concreta. La spiaggia sembra non finire mai ed è letteralmente ricoperta da leoni marini dalle sembianze un po’ più umane. Il vecchio calvo comincia a leccarsi le labbra e la pazza sembra avere finito le pile: sta ferma, mi guarda, con le orbite rinsecchite. Ora che sono più vicino posso vederla meglio. La faccia è lievemente segnata da butterature, le palpebre sono enormemente gonfie, e quasi si ingoiano gli occhi. La frangetta nera è stata disegnata apposta per correggere le irregolarità del viso. La pelle, sulla fronte, le guance e il mento, è molto lucida, ci si potrebbe intingere qualcosa. Ho vie di fuga? Girando la testa da un lato all’altro sento il collo rigido e teso, ho dolori anche lì, mi hanno conciato proprio bene. La roulotte è ancora dove l’ho lasciata, con la porta sgangherata semichiusa. È bianca a fasce marroni, ci sono diversi punti di ruggine. Da fuori si vedono delle assurde tendine a quadretti, dello stesso colore della sabbia. Delle tende spensierate. Sono spuntati dei cespugli, intanto. E dietro, dietro questa specie di uovo di lamiera abbandonato, qualcuno ha tracciato un viottolo. Da quella parte c’è meno gente, e quella che c’è parla tra loro, tutta presa dalle conversazioni. Banchettano come antichi romani, distesi su un fianco sopra i loro asciugamani sporchi. Nessuno si accalora, il tono è sommesso, nessuno grida, nessuno indica, ma tutti tengono gli sguardi fissi sull’interlocutore. La ragazza in pelliccia ha perso ogni iniziativa, sento che tra poco, se io non le darò retta, tornerà da dove è venuta. L’uomo calvo voleva lei, adesso mi è chiaro. Sono stanco. Un’ora, un’ora soltanto. Mi riposerò e poi si vedrà. Ho bisogno di ricominciare dal mio zero più recente.

Non credevo, ma è come tornare a casa. La sensazione di familiarità mi insinua un dubbio: mi chiedo cioè quanto tempo davvero abbia passato qui dentro. Ho mangiato, dormito, fatto sesso in questa baracca a rimorchio? Riconosco il lavello fatiscente, i sedili di finta pelle squarciati in più punti, il materasso nudo sul quale mi sono risvegliato in un bagno di sudore. Prima, prima di questo, dove abitavo? È un attimo, un attimo solo. Voltandomi per cercare qualcosa di commestibile da ingoiare mi è sembrato di vedere una piccola figura, come di un bambino, intento a scrivere o disegnare su quella ribaltina in formica che dovrebbe fungere da scrivania. Mi assale un’enorme tristezza, la sento acchiapparmi le costole e spingere verso la parta alta del petto, come se stesse per esondare. Non c’è nessun bambino evidentemente, ma basta questo a ricordarmi che molti anni fa, quando avevo sei, sette anni, io vivevo con mio padre in una roulotte come questa. Ce ne andavamo in giro, noi due, mentre una madre e una casa vera erano soltanto una promessa, rinnovata con quella rozza premura di cui era capace ogni volta che quel misto velenoso di noia e solitudine mi faceva affiorare le lacrime e lui non sapeva come ricacciarle dentro.

giovedì 1 dicembre 2011

Loading - episodio 2. Bevi l'acqua del mare

Io spero adesso che quello che vedo, così com’è venuto, sparisca. Anche se dovesse tornare il deserto. Ma la scena è persistente, ed è il caso che mi ci rassegni. Cosa ci fa quella specie di femme fatale in tanga e gilet di pelliccia? Mi sta guardando, è ovvio, cerca la mia attenzione. Eccola, si alza, con un fare gattesco che più che trovare seduttivo mi sconcerta. Ha gli occhi puntati su di me, mi rivolge la parola, io ancora non sento. Dice Mare, mare. Mi prende per mano, mi conduce attraverso asciugamani e resti di picnic a base di corpi umani, percepisco il loro sudore ovunque, le loro puzze che salgono come dai fornelli di una bettola seminterrata. La consistenza delle sue dita assomiglia a quella di una barbie, dita di plastica, scivolose, prive di articolazioni. Con il pollice le scansiono, avanti e indietro. La assecondo e la seguo come un carrellino attaccato a una strana creatura, metà unicorno metà somaro, che potrebbe portarmi ovunque. Qualcun altro mi osserva, un uomo taciturno, seduto sulla sua stuoia, l’unico tra la folla inerte che sembra dotato di una qualche volontà. Assiste al triste spettacolo e aspetta che io faccia qualcosa. Mare, mare, continua a ripetere con voce suadente la mia padrona di plastica. Gli occhi di lui mi puntano, stanno cercando dentro di me qualcosa, una conferma. Ora so che mi stava cercando, che mi aspettava. 
Ho già i piedi in acqua, un’acqua calda che non apporta alcun refrigerio. La donna si è fermata, ha ritirato la sua mano dalla mia e ora la usa per farmi un cenno: Bevi, mi dice. Vuole che beva l’acqua del mare, che mi inginocchi e ingoi dell’acqua salata. L’uomo si è avvicinato, vuole vedere come mi comporto. Io rimango immobile. Ogni volta che la assecondi, la rendi più forte. È lui che ha parlato, con voce bassissima ma comprensibile. La donna lo guarda, evidentemente si conoscono. Mi accorgo adesso completamente della sua bellezza patinata, ha le labbra e gli occhi vistosamente truccati. Se mi trovassi in un’altra situazione troverei il suo assurdo gilet di pelliccia del tutto ridicolo, o addirittura grottesco. Ma adesso mi fa quasi paura, mi sembra il segno di una bestialità pronta ad esplodere. Ora torna a occuparsi di me, e mi indica la roulotte. Andiamo lì, mi dice, abbassando appena le palpebre in un languore che mi dà i brividi. Io guardo l’uomo, lo fisso per cercare di estorcergli qualche indicazione. Non mi fido di lui, non lo conosco, ma qualcosa mi dice che non ho di meglio a disposizione per decidere. Scrolla appena la testa. Alzo lo sguardo. Il mare è piatto, immobile, come se ci trovassimo sulla riva di un lago poco profondo, ma di cui non riesco a intravedere la fine. La costa è dritta, tesa come un argine, per chilometri e chilometri. Vieni, fa lei. Vieni. Ancora la voce dell’uomo che interviene: Stai attento, la paura è desiderio camuffato. 

mercoledì 30 novembre 2011

Loading - episodio 1. Veniamo al mondo in una roulotte

Sonno crudele. Quel genere di sonno che stordisce, e invischia ogni cosa. Come sono finito sul materassino in gommapiuma di una roulotte sudicia non posso dirlo. Ci sono e basta, e ora devo anche trovare le forze per rimettermi in piedi. Dagli oblò di questa specie di cuccia ambulante entra luce, la tipica frivola sfacciataggine del sole che ora è particolarmente fuori luogo. La testa mi fa molto male, una specie di corona di spine sotto l’attaccatura dei capelli. Sotto lo sterno si direbbe che mi hanno scavato con un cucchiaio affilato. Cercavano il mio punto vitale e forse l’hanno trovato. Poi ricollego, e ricordo a grandi linee cosa mi è successo. Qualche scena, anche, che cerco di respingere come posso perché ho già la nausea. Quanti ci saranno al mondo, nelle mie condizioni, ancora vivi? Uno, anche uno solo che abbia resistito? Io sono il risultato di diversi miracoli. Ragione in più per lasciare il prima possibile questo posto schifoso.
Un cigolio di porta, tre gradini fatti con blocchi da costruzione. Posso dirmi fuori. Ho sete, penso che potrei tornare nella roulotte, ma non mi fido, potrebbe esserci veleno nelle bottiglie, ammesso che ci siano bottiglie. Volevano che morissi, o che guarissi lentamente quel tanto da poterci provare ancora? Sono fuori, comunque, e la mia prima decisione è stata presa: non tornerò per nessun motivo indietro. Ma ora che ho varcato la soglia quello che vedo è sconcertante. C’è il sole all’orizzonte, saranno almeno le undici, molta polvere nell’aria, un leggero rumore di vento. E poi il deserto, ovunque. 
Ovunque tranne alla mia destra, a meno che non si tratti di un miraggio, cosa che non posso escludere con questo caldo. In quella direzione, in fondo, si vede una macchia scura. Ora che guardo meglio il deserto non è sconfinato come mi era parso. Ci sono delle montagne all’orizzonte, mi arriva anche l’odore di mare. 
Mi volto ancora. Devono avermi intaccato il nervo ottico. A quanto pare ci impiego alcuni secondi per vedere tutto. Le cose mi arrivano a pezzi, come se dovessi caricare una pagina internet con un vecchio modem. Prima è arrivata la polvere, con il vento. La sabbia, qualche immagine distante. Non mi trovo in un deserto. Adesso sento anche dei rumori, voci di persone. Mi trovo in una spiaggia, ora vedo anche il mare. Deve essere piena estate, perché fa molto caldo e a pochi passi da me c’è una selva di gente.

martedì 29 novembre 2011

La fine del mare

Era la giornata ideale. Hal desiderava immergersi in quelle acque da molte settimane, ma il maltempo, impegni imprevisti, seccature di varia natura lo avevano sempre costretto a rinunciare. Quella mattina capì subito che era la volta buona. Preparò la muta, gli erogatori e il resto dell’attrezzatura, andò a cercare il portafortuna che si legava sempre al polso quando andava sotto e prima di indossarlo ne saggiò una a una le punte di stella marina stilizzata, regalo di una vera amica. Avrebbe voluto correre subito al mare, scendere per le rocce - dalla strada venti minuti se andava bene, con tutto quel peso - e poi tuffarsi. Ma preparando il necessario si era accorto che la boa di segnalazione era rovinata, forse uno scherzetto del gatto, nonostante fosse stata riposta correttamente. Così Hal dovette andare in paese, aspettare l’apertura del negozio per sub, e acquistare una boa nuova, identica alla precedente. Ma mentre i pensieri si infrangevano contro la massa dura e ovoidale della sua pazienza ben addestrata, sentiva che il desiderio continuava a essere più forte, e avrebbe superato qualunque piccolo imprevisto. In maggio il mare è ancora impregnato dei segreti di tutto l’inverno, e lui moriva dalla voglia di scoprirne qualcuno.
Fu in acqua solo verso le undici. Nonostante la muta da 6 mm provò un brivido, e fu sfiorato dal timore, appena sentì il rumore alieno e cadenzato del respiro. Poi però tornò tranquillo e cominciò a immergersi. Rivolgeva lo sguardo ovunque, sfruttando la poca luce che ancora filtrava. Sentiva i colpi di pinna spingerlo con grande fluidità, le spalle adesso erano abbastanza calde, e continuava a scendere, scorrendo come un corpo che si era finalmente ricongiunto al mare. Meno quindici, meno diciassette, meno venti. Il profondimetro gli teneva compagnia con un incedere regolare. Tutto procedeva magnificamente. All’improvviso provò una sensazione strana. Il mare era finito. L’acqua, le rocce, i piccoli pesci furtivi che non aveva voluto disturbare. Non c’era più niente. Niente. Aveva trovato la fine del mare.

lunedì 28 novembre 2011

Champagne o lambrusco?

Scarlett Johansson, attrice                   Conchita De Gregorio, giornalista