che amore indirizzi all’amato che sfugge, che tempo dài a un momento che non viene? è il segreto cavo che ti leviga il petto, consunzione che visiti ogni volta quando ti è concesso e cui pure ti imponi di non concedere alcun nome. La mancanza del riconoscervi, lo scivolare ai margini è duro come una rotaia che non si vuole piegare, non vuole giungere in alcun modo, ma gira gira e tu sopra come un carrello dal destino ininfluente. Ti rimane quel po' di vento della corsa, e il dolciastro e denso affanno, la stanchezza inane e liquorosa che già hai preso, per metonimia, ad assaporare.
mercoledì 29 febbraio 2012
lunedì 27 febbraio 2012
il piccolo Doinel
sul 93, il bus che prendo il pomeriggio per granarolo, c’è un ragazzino di seconda terza media, una creaturina alta sì e no due volte il suo zaino. Sale con me, gli do sempre la precedenza, così posso guardarlo da un numero buono di angolazioni. Assomiglia ad Antoine Doinel, ma proprio quello dei 400 colpi, quello per così dire originale, prima che si viziasse di narcisismo e finisse col non sapere più che farsene dell’amore di quell’angelo di Christine, Christine Darbon. Questo scricciolo spaurito se ne sta nel mezzo del corridoio, con aria fiabesca, spremuto dalle pance e i seni e le tracolle dei grandi e anche di altri ragazzi che sembrano tutti più grandi di lui, e pure la borsa che gli si è arrampicata sulla schiena, con quelle bretelle nere e malamente imbottite, sembra un grosso ragno che vuole farlo finire col sedere a terra. Un paio di volte sono stato tentato di sfiorargli la testa e dirgli Ragazzo, è meglio se lo posi, oppure chiedergli se lo voleva messo in alto, nel portabagagli accanto al mio, anche perché così dà pure intralcio agli altri. Ma io sono sicuro che quello zaino pesa perché dentro c’è del metallo, è un ragazzo sveglio che cerca di non destare sospetti, si mette quell’aria lì, da ingenuo, da spaurito di proposito, e invece dentro ha una specie di mitra smontato che deve portare da qualche parte. Stanno preparando un esercito, dopo Granarolo, c’è anche un bunker segreto, e un pezzo alla volta lui porta tutti i pezzi, perché devono montare un cannone gigante con il quale spareranno su Bologna, o Padova, non so, del resto ancora gli ordini sono imprecisi, ma certo dove si annidano quelli più alti, quelli che in autobus, per esempio, rendono l’aria che non si respira. Per questo lo lascio stare, e mi limito a buttargli un’occhiata ogni tanto. Così, giusto per controllare che non tiri fuori il mitra e faccia una sciocchezza.
giovedì 23 febbraio 2012
amici e nemici
no, no per favore. non spulciare le loro biografie, non cercare i sagittari e i saturni nella data loro che collimino o sfreghino coi tuoi, non pensare che siccome è nato lì, è di lotta continua, o di panorme, o di cielle, cambierà qualcosa. prendi solo le loro facce, guarda le loro facce. E poi, ammesso che senti, dimmi cosa senti. Vale solo quell'onda grigiastra/azzurrina che torna, come una melodia sommessa suonata tra sopracciglia e mento, con l'aiuto delle piccole rughe attorno agli occhi - magnifici risuonatori. Il resto è il calcolo della scorza umana, destinata a leccare terra alla prima pioggia: è qualcosa di tremendamente volgare che non ti meriti. né tu né un'altra
martedì 21 febbraio 2012
Io ti voglio felice
Io ti voglio felice.
Anch’io mi voglio felice.
Ne sei certo?
Certo che ne sono certo! È perfino banale.
Non credo, stai attento a dire queste cose. È più facile volere il bene degli altri che il proprio.
Che assurdità! Tutti vogliono il proprio bene. Sta scritto anche nei libri: Ama il prossimo tuo come te stesso. Si dà per scontato che ci si ama.
Tutti?
Tutti, indistantamente. È una cosa di natura.
Ma l’uomo non è tanto naturale.
L’uomo non è naturale? Oggi vuoi stupirmi con i tuoi paradossi.
Non voglio stupire nessuno, nessuno, e soprattutto non voglio stupire te. Ti volevo mettere in guardia.
In guardia?
Certo. Volevo metterti in guardia da chi non vuole che tu sia felice.
Come chi, per esempio?
La proposta dell'ombra
Gebren | - | E qui finisce ogni cosa. |
Anhel | - | Persino la sabbia è più fine. Si arrende. |
G. | - | Già. |
A. | - | Perché ha capito. |
G | - | Ha compreso. |
A | - | Cosa ha compreso? |
G | - | Che oltre il punto in cui siamo seduti non c’è più nulla. |
A | - | E allora si ritrae. |
G | - | Si arrende. Forse è un posto pericoloso. |
A | - | Lo vedi quello? |
G | - | Cosa? |
A | - | Quello. |
G | - | È una torre. |
A | - | È un’ombra lunga. Assomiglia alla tua casa. |
G | - | Che dici? È solo una lunga ombra. |
A | - | Un’ombra che qui non arriva. |
G | - | Anche lei si arrende. |
A | - | L’ombra arriva, del resto, dove arriva la luce. |
G | - | Se non c’è luce non c’è ombra neppure. |
A | - | È una cosa evidente. |
G | - | E quello, quello lo vedi? |
A | - | È un cane. |
G | - | È l’ombra di un cane. |
A | - | Rimane distante, ha paura. |
G | - | È prudente, preferisce non arrivare fin qui. |
A | - | Tu cosa hai portato? |
G | - | Ho portato quanto avevamo stabilito. E tu? |
A | - | Anch’io, io ho portato quanto era stato stabilito. Ma facciamo in fretta. |
G | - | E perchè? |
A | - | Non respiro bene, non vedi che ho l’affanno? |
G | - | Sì, da un po’, sei tutto rappreso. La tua cassa toracica diventa striminzita ogni momento di più. |
A | - | È una cosa mostruosa. |
G | - | Non più di tanto, ci si abitua. A me non dà fastidio. |
A | - | A me sì, però! Che discorsi. Guarda che fatica che faccio a respirare. |
G | - | Facciamo in fretta, allora. Più in fretta facciamo prima ce ne andiamo. |
A | - | Prima ce ne andiamo prima torniamo dov’eravamo prima. Tutti e due. |
G | - | Certo. |
A | - | Una bella cosa. |
G | - | Certo. |
A | - | Una cosa confortevole. |
G | - | Ovvio. |
A | - | Un luogo conosciuto, dove tutti ti conoscono. |
G | - | Sì, quasi tutti insomma. |
A | - | No, proprio tutti. |
G | - | Tranne a quelli a cui non interessi. |
A | - | Ma sono pochi. |
G | - | Dici? |
A | - | Certo, pochissimi. |
G | - | Tu a chi interessi? |
lunedì 20 febbraio 2012
Il gioco delle nuvole
Era un vecchio pescatore che non pescava più da almeno vent’anni, da quando la spalla s’era intestardita a fare di testa sua e il braccio gli era rimasto sempre un poco sollevato. Se ne andava in giro per il paese, con quell’aria innaturale di sufficienza che gli davano i reumatismi e una camminata sbilenca, rigida e altezzosa. Mi era permesso di chiamarlo Mimì, e questo privilegio mi era stato dato perché ero forestiero, venivo dalla città a stare nella casa che era stata di mio padre e che suo genero mi aveva dato una mano a sistemare. Coi suoi tempi, s’intende.
Quando dalla terrazza lo vedevo gironzolare sulla banchina trovavo una scusa qualunque per raggiungerlo. Più di una volta ho ricomprato il giornale, o il pane. Oppure ho finto pentendomene amaramente che mi interessasse il tramonto scarlatto portato dalla tramontana gelida, più acuminata del rasoio della mattina. Ma il fatto è che Mimì non parlava mai, e quando apriva bocca c’era sempre qualcosa da prendere, a volte persino da conservare.
Ora lo vedevo, passeggiare da solo sulla banchina, dopo la partita a carte alla fine della quale aveva sicuramente mandato al diavolo gli altri giocatori con le sue secche ma piuttosto creative imprecazioni. Gli riusciva benissimo, fra le altre cose, di combinare santi e animali. Zoppicava, e teneva il gomito alto come il cannocchiale di un sestante. Buttai un occhio al tavolo della cucina: il giornale sgualcito e il sacchetto di carta pieno di pane parlavano chiaro. Ci vuole coraggio, mi dissi, Gli dirò che passavo per caso.
Ma lui sapeva del mio bluff, e per rispettare la mia pudicizia si fingeva sempre sorpreso, seppure di quella sorpresa che prova una roccia a mare quando viene sferzata dall’ennesima onda. Mi salutava sempre dischiudendo la bocca, un taglio approssimativo nella faccia di cartone rugoso. Lo raggiunsi presto, l’acqua nera sciacquava laboriosamente i bordi del porto, io percepivo la millimetrica sensazione che ogni secondo la terra sotto i nostri piedi si ritirasse. Il cielo sembrava una colossale finestra rossa aperta sull’acqua. Due o tre nuvole resistevano ancora all’incedere del tramonto, allungate per l’estremo sforzo.
- Salute Mimì. Voglio perfezionare il gioco delle nuvole coi miei figli. - Era quella la mia trovata. Lui di figli ne aveva avuti due, maschi, tutti e due nel continente.
- Che gioco?
- Il gioco delle nuvole. Che forma hanno. Giochiamo a chi si accorge prima che forma hanno le nuvole. È un bel gioco.
- Mah.
- Non trovi, Mimì? Secondo me è un bel gioco. Io credo che sia istruttivo, per dei ragazzi. Vedono che qualcosa si forma e si disfa, allenano il loro spirito di percezione, si abituano all’impermanenza.
- Vero?
- Sì, al fatto che tutto cambia, che dura uno due dieci secondi e poi sfuma via. E che ci sono forme che hanno senso e altre no. C’è tutto, il cielo è una tela.
- E non le impareranno nella vita, tutte queste belle cose?
- Appunto, imparano a guardare nel cielo, e ad abituarsi a com’è fatta la vita. - Trionfavo.
Proseguimmo a camminare insieme, ed ebbi l’ardire di prenderlo sotto braccio. Allora lui, che certamente aveva gradito il gesto, si fermò, come si fermano i vecchi che per controbattere vogliono che tu li senta bene. - C’è un problema, però.
- Ah sì, e quale Mimì?
- Hai buona volontà, ma lasci sempre le cose a mezzo. Tu così, i tuoi figli, li abitui a pensare che sono le cose che cambiano, e loro invece sono belli fissi a terra, coi piedi saldi e nuddu i po’ muovere. Tu questo esercizio, questo gioco, come lo chiami, a loro glielo devi fare fare ‘nta varca, nella barca. Accussì capiscono che le nuvole si muovono e cambiano, ma pure loro sono in balìa del mare.
Quando concluse si ritirò un momento, come per verificare che quello che aveva detto coincideva con quanto pensava. Poi riprendemmo a camminare. Mi conduceva al bar, aveva voglia di un amaro, uno degli ultimi che riuscii a offrirgli.
sabato 18 febbraio 2012
opus incertum
sono arrivati i libri di papà. alcuni hanno preso una conformazione, si sono impilati quasi da soli, generando un opus incertum che non mi sembra più tanto provvisorio. ricordavo l'enciclopedia imago mundi, sono anni che ci penso. è finita a fare da fondamenta sulla destra di questa piramide. poi checov, dostoieschi, un sacco di libri francesi, e libracci di selezione o di parapsicologia che erano il mio timegate da ragazzo. il libro tibetano dei morti, il touring club, svetonio, i libri del suo liceo, con le raccolte di autori greci e latini e un curioso libro firmato mussolini credo sul perfetto fascista. io che abito in via dei tessitori, già mussolini - dico tanto per dire - ma lui è stato un balilla. Malraux che parla dell'indocina, un ricettario. poi i libri che ha comprato negli anni novanta e duemila, roba anche indecente. 17 scatole di cartone che sono piombate sul mio ingresso, e ho disfatto in un paio d'ore. squarciando i lembi di scotch da imballo che sembravano le bende di una mummia mi andavo ricordando che era un gran lettore, uno che amava i libri, che mi ripeteva frasi di quello che leggeva, che diceva da machiavelli il principio primo della prudenza è quello di non offendere i potenti, e che questo mi suscitava ribrezzo dai vent'anni in su, e lo disprezzavo già solo per questo. e mi ha insegnato il francese, a sei anni leggevamo insieme l'art de vivre longtemps, praticamente in contemporanea a tartarino di tarascona che è stato il mio primo libro italiano. e mi leggeva cose da vecchi, perché lui era già vecchio. l'art de vivre longtemps, un libro di medicina di fine ottocento. a un bambino di sei-sette anni. e poi da adulto mi rompeva i coglioni con carmina non dant panem mentre io annaspavo a ingegneria e prendevo qualche boccata d'aria migliore in conservatorio e scrivevo racconti che trovava (buon primo di molti) illeggibili e reintitolava I miei tormenti, perché lui solo questo ci vedeva. Lui che mi ha obbligato a leggere ippolito nievo alle elementari e ingoiare tre o quattro canti della commedia a memoria, a un'età che neppure capivo e che è quel ch'i' odo diventava che è quel chiodo sennò non riuscivo a impararlo. e il disprezzo con cui toccò il bigliettino in cui LVMH mi diceva che no, non ero adeguato a quel posto à paris, e lo sporcò quel bigliettino in carta filigranata che già odorava di lusso e che io ho tenuto come una reliquia. e lui che non mi ha insegnato a leggere veramente, e ho dovuto fare i conti con questo e lo faccio ancora. ecco i suoi libri, incerti, vari, segni di una vita lunga ma incerta pure essa. ecco il suo ritratto migliore, nel bene e nel male
venerdì 17 febbraio 2012
Monsieur Hél
Entrai in quel caffè senza pensarci troppo. Avevo voglia di qualcosa di caldo che mi aiutasse a sostenere il gelido nubifragio che infieriva da ore sulla città e la vista dei tavoli attraverso le ampie finestre del locale era bastata a convincermi. Non appena mi fui seduto e mi venne servita una bella tazza di tè fumante, mi parve di trovarmi in riva a una spiaggia assolata.
Mi ero accorto subito di lui. A quell’ora c’erano si è no cinque persone oltre me, ed era l’unico rimasto con il soprabito indosso. I lembi del lungo cappotto nero, dalle spalle quadrate, quasi militaresche, scomparivano sotto il tavolo come si trattasse di una coperta adagiata sulle gambe. Dentro faceva molto caldo e anche io, come gli altri del resto, ero rimasto in maniche di camicia, persino con un certo compiacimento. Se ne stava ben dritto sulla sedia, come se aspettasse un’ispezione da un momento all’altro. Vigile anche in faccia, e io pensai guardandolo che un bel paio di baffetti appena grigi su quell’ampio labbro sarebbero stati alla perfezione.
Gli altri avventori andavano e venivano. Solo noi due restavamo. Io ormai solo per curiosità perché immediatamente, entrando, avevo sentito che qualcosa in lui mi avrebbe interessato. Di più: avrebbe interferito con la mia vita, e non potevo sottrarmi. Ma perché lui restasse ancora non riuscivo a capirlo. Per ottenere la benevolenza dei camerieri ordinava ogni venti minuti un caffè, un tè, un cognac, sempre con la stessa espressione, mai meno che dignitosa. In effetti la malizia del gesto stava tutta nell’interpretazione che io ne davo. Col senno di poi avrei dovuto definirlo piuttosto una macchina che obbediva a una serie di istruzioni a tempo. Nelle pause tra un’ordinazione e l’altra assumeva nuovamente quella posa rigida e impeccabile. Ogni tanto muoveva la testa, ma per lo più fissava dinanzi a sé, dandomi l’inquietante impressione che non stesse neppure pensando. Anche se provavo a fissarlo per molti minuti di seguito fingeva di non accorgersene e seguitava a guardare avanti come un bambolotto. Un grosso bambolotto molto ben fatto che non aveva alcuna coscienza di sé.
Ero così assorto che quasi saltai sulla sedia quando una bella donna, alta e ben vestita gli si avvicinò per chiedergli un’informazione che non riuscii a carpire. Gli aveva rivolto due parole, non di più, quasi certamente una domanda. Lui aveva voltato appena la testa e aveva sorriso, facendo appena un cenno di diniego. Un uomo gentile ma freddo. Dopo due o tre oscillazioni il cranio era tornato nella posizione abituale e la donna si era dileguata, senza particolari reazioni e facendo un bel po’ di rumore coi tacchi. Dovevo sapere di più. Guardandolo meglio, fissandolo, mi accorsi che tutta la barba tranne i peli sul labbro, era lunga di un giorno almeno. Una peluria sottile e non troppo scura, che però era completamente assente sotto le narici. Questo significava solo una cosa, e cioè che quella mattina l’uomo si era tolto i baffi. La considerai una vittoria, anche se non seppi utilizzarla subito a mio favore. Ebbi bisogno di passare all’abbigliamento per realizzare una teoria plausibile. Sforzando i bulbi oculari a guadagnare qualche diottria mi parve di scorgere dei capelli lunghi e biondi sul cappotto, in corrispondenza del bavero e della manica sinistra. Era un bell’uomo, certamente, degno di una donna affascinante. Aveva avuto da poco un incontro. Poi venne la vera rivelazione. Sul lobo sinistro c’era il segno di un’infiammazione, anzi proprio di una ferita che aveva avuto appena il tempo di fare la crosta. Gli era stato dato un morso, un morso doloroso e dal significato inequivocabile. Avevo sentito dire, più di una volta, come le donne scandinave, molto più focose di quanto si pensi, abbiano l’abitudine di mordere con gli incisivi il lobo dei loro amanti prima di lasciarli per sempre, come delle piccole tarantole addomesticate ma non per questo meno velenose. Ecco perché era tanto scosso. La sua bellisima donna del Nord aveva fatto di lui quel che voleva, e ora soffriva le peggiori pene. Povero sconosciuto, tutto tornava in maniera talmente esatta da non lasciarmi neppure il minimo dubbio. Quando si è traumatizzati fino a tal punto non si sente né caldo né freddo, si va in un posto e ci si dimentica persino di togliersi il cappotto. È naturale. E se poi passa una signorina, magari una di quelle che battono questo quartiere in cerca di clienti, è ovvio che la cosa non susciti altro che indifferenza. Soffriva per un recente abbandono, forse solo di ieri sera, e che aveva voluto rendere evidente anche al proprio sguardo tagliandosi i baffi. Magari come spesso accade era stata lei a dirgli “Fatti crescere i baffi, fallo per me. Fallo o ti lascio subito!”. La cosa mi parve talmente evidente che per un momento mi venne voglia di andare io stesso a consolarlo, io che di queste cose, ahimè, ero piuttosto esperto. Ma un attimo dopo pensai l’esatto opposto, ricordandomi che l’ultima cosa che avrei voluto in quelle tristi occasioni era di essere importunato. Così rimasi dov’ero, e lui al suo posto, imperterrito col suo dolore.
Era trascorso molto tempo senza che nessuno dei due avesse più ordinato. Nel caffè non restavamo che noi due e i camerieri, che si aggiravano sempre più svogliati tra i tavoli. Il tipo che mi aveva servito era impaziente che ce ne andassimo per dare l’ultima scopata e sistemare le sedie. Dall’occhiata che mi mandò sembrava avesse intenzione di ramazzare anche me. Mi accorsi che dal centro del soffitto proveniva un bagliore sempre più flebile. Una a una le luci venivano spente: doveva essere la tattica usuale per invogliare i clienti più ostinati ad andarsene di propria volontà. Ruotai il polso destro verso i miei occhi: erano le dieci meno dieci. Come avevo appreso entrando e gettando uno sguardo al cartello sulla porta, tra pochi minuti avrebbero chiuso il locale. Dovevo raggiungerlo, adesso, chiedergli tutto quello che mi sarebbe venuto in mente, a cominciare dal perché si era tolto i baffi e poi, senza fargli capire che avevo già compreso tutto, consolarlo non appena mi avesse accennato alla tragica storia d’amore. Forse sarebbe nata un’amicizia, di quelle che a volte nascono tra adulti colpiti da una disgrazia simile, e che si incontrano in una sala d’aspetto. Di donne il mondo è pieno, questa gliel’avrei detta in ogni caso, qualunque piega avesse preso il discorso. Nonostante tutte le riserve, compresi che avrei dovuto comunque abbordarlo. Mi ero ormai deciso a raggiungerlo quando improvvisamente l’uomo si alzò. Il suo gesto mi apparve così macchinoso e innaturale che rimasi sconvolto e non riuscii a muovermi. Per venire fuori dal tavolo, facendo leva sulle braccia, cominciò a esibirisi in una specie di danza goffa e rumorosa che scuoteva il tavolo ed emetteva singhiozzi metallici. Un cigolio che penetrava nelle mie orecchie fastidioso come l’urlo di un rapace affamato, mentre incapace di rendermi conto di cosa avevo davanti continuavo a fissargli la testa, ballonzolante come se fosse stata montata su una molla. Gettai uno sguardo disperato sui camerieri, che fecero come se niente fosse, come se si trattasse di una cosa di tutte le sere. Poi, sempre più incredulo, spostai gli occhi quel tanto che bastava e vidi: al posto delle gambe aveva due grosse eliche in acciaio che dimenava ostinatamente per tirarsi fuori da lì.
venerdì 10 febbraio 2012
sei tu la tua luce
Tu sei la tua felicità
solamente tu puoi comprenderti interamente
sforzati con le dita di sgranare i grani di luce che conservi nel petto
procedi e rischiarati da te stessa
martedì 31 gennaio 2012
if then
questo è un periodo di silenziose conquiste. il fatto che qualcuno di autorevole e attendibile abbia letto il romanzo che avevo intenzione di intitolare homopatia e l'abbia giudicato strano e bizzarro, noioso perché non narrativo e di fatto impubblicabile non mi ha minimamente sconvolto. già assistere a questa mia reazione è divertente e imprevedbile come certi giochetti di haydn. qualche mese fa sarei diventato isterico e invece ora Sì, trascinato da questa luce chiara che posso condividere riesco a dirlo: non mi vergogno di quanto ho scritto ma capisco il suo punto di vista. Ha aggiunto anche una cosa tenera, il tizio: Non brutto, quello che ho scritto è Non brutto. Non credo sia uno che ha paura di dire pane al pane, anzi, semmai è famoso per questo. Quindi Non brutto - ma io non spero, che mi frega di sperare - è definizione interessante. Dopo mezza giornata di autostima calante sono tornato a giudicare positivamente il libraccio homopatico che ho redatto in un anno molto faticoso ma concordo appieno con l'intellettuale, scrittore e docente di cui sopra che mi ha garbatamente stroncato. Poi riesco a mettere a fuoco l'essenza del "difetto": il romanzo si è autoprodotto, questo ho capito per la precisione stamane, si è autoprodotto per ricoprimenti: la scrittura non deve autogenerarsi. bisogna sorvegliarla, come una pianta infestante. Ad alcuni, me compreso, piace vedere - a volte - un campo infestato di piante eccessive, bellissime e opprimenti. Ma il barocco colossale è terribilmente fuori moda.
Altro pensiero, non autoprodotto, ma controllato: io che credevo che questo fosse un tempo senza moda, perché legittimasse tutte le mode. E invece no: impera la semplicità asciutta come l'elenco delle mosse in una partita a scacchi, forse è tornata l'asciutezza neoclassica, forse piace ciò che è completamente comprensibile e dico di più, replicabile. Forse ciò che leggiamo e scriviamo e vediamo e sentiamo deve essere consequenziale come le stringhe di un xml o di un codice qualsiasi e qualunque alfabetizzato deve essere in grado di poterlo dire/fare/baciare. if then.
Altro pensiero, non autoprodotto, ma controllato: io che credevo che questo fosse un tempo senza moda, perché legittimasse tutte le mode. E invece no: impera la semplicità asciutta come l'elenco delle mosse in una partita a scacchi, forse è tornata l'asciutezza neoclassica, forse piace ciò che è completamente comprensibile e dico di più, replicabile. Forse ciò che leggiamo e scriviamo e vediamo e sentiamo deve essere consequenziale come le stringhe di un xml o di un codice qualsiasi e qualunque alfabetizzato deve essere in grado di poterlo dire/fare/baciare. if then.
lunedì 23 gennaio 2012
gradini
Si può scrivere anche per semplice riconoscenza, per esempio a qualcosa di bello. Si vuole espanderlo, farlo proprio non per egoistico accaparramento, per spirito di saccheggio, ma perché questo è l’unico vero modo di accudirlo. Un attore che reciti un verso lo fa suo, lo mastica dandogli altra vita, parte della sua, e aggiunge un'inflessione, della punteggiatura, forse anche qualche sillaba. Scrivere un nuovo romanzo per rendere omaggio a Xam’d, una delle cose più belle che mi siano capitate di vedere ultimamente: questo vorrei fare. E così, compresa anche questa altra cosa, mi sento un altro po’ in pace con me stesso.
venerdì 20 gennaio 2012
dopo una puntata di Xam'd
quando hai una persona davanti, tu non hai dinanzi a te solo quel corpo quella voce quelle pose. Dietro, dietro di lui, oscuro ai tuoi occhi ma ben visibile a ciò che non è visibile, si espande un secondo corpo, una sorta di ombra che può avere mille aspetti e dimensioni. È con lei che la tua ombra spirituale deve confrontarsi.
giovedì 19 gennaio 2012
mattina
C'è da ritrovarsi ogni santa mattina. Sento proprio di dovermi tirare a riva. L'occhio smarrito, me lo vedo, la cinepresa che mi ritrae a 10 fotogrammi al secondo.
martedì 17 gennaio 2012
la vita del chinotto
Burger King: vedere la Coca Cola che scende dall’erogatore nel bicchiere di carta è uno spettacolo sconfortante. C’è molta aria in mezzo, si forma tantissima schiuma, e sembra che questo cilindretto di sostanza che tra un poco continuerà la sua corsa attraverso il gargarozzo dello scrivente ora venga giù con urgenza, precipita addirittura perché c'è dietro una spinta prepotente, un dittatore a pressione che si diverte dal bordo di una scogliera fittamente sponsorizzata da note bibite, uno spietato con gli occhi di metallo che insuffla anime perse in un burrone. Dalla fast-queue cui mi sono aggregato percepisco l'attesa mia e degli altri sommarsi in una nube che puzza di fritto e che vorrebbe sputare avanzi di patatine marce e che invece trattiene la propria ira nei confronti degli allegri servitori al banco perché sono loro che ti devono fornire ciò che non desideri ma chissà perché ora pretendi. Tutto si trattiene e o viene spinto. Poi arrivo io, sbaglio la pronuncia della lordura che ho cercato di imparare nel frattempo confondendo cipolle pastellate con bacon paraffinato e una h con una k, immagino anch'esse immerse nell'olio marca Flegetons. Poi arriva lei, chiesta di grazia senza ghiaccio. Nel bicchiere, coperto come un’incubatrice, riposa, recupera le sue forze organiche, torna a uno stato di liquame sopportabile per qualche istante. Benché non la ami, la accolgo nel mio vassoio, la porto a un tavolino grigio senza angoli come se fossi un infermiere diretto a un capezzale, e per un attimo ci rimango male, nei panni pure del paziente. Lei è la sola cosa che ultimamente si è mossa, ma da qui a dire che è viva ce ne vuole.
Mio caro liquido tra il nero e marrone, effervescente perché sodomizzato con co2, io ti devo spiegare una cosa: il bicchiere deve tornare a essere una misura, non la tua forma. Però, se proprio non te la senti di fare il grande passo - non balzo, passo, ora nessuna scogliera, mai più -, se vuoi conosco un tipo che produce chinotto, gli parlo di te, magari finisci in una di quelle bottiglie di vetro tutte curve, e per un po' almeno ti godi la vita.
Mio caro liquido tra il nero e marrone, effervescente perché sodomizzato con co2, io ti devo spiegare una cosa: il bicchiere deve tornare a essere una misura, non la tua forma. Però, se proprio non te la senti di fare il grande passo - non balzo, passo, ora nessuna scogliera, mai più -, se vuoi conosco un tipo che produce chinotto, gli parlo di te, magari finisci in una di quelle bottiglie di vetro tutte curve, e per un po' almeno ti godi la vita.
domenica 15 gennaio 2012
Contenti loro
Una conoscente stamattina mi ha raccontato una cosa. Lei fa l’apicultrice, anche se ha un diploma da odontotecnica, fa il miele dalle parti di Reggio, ha una compagna da dieci anni e due cani tipo golden ma non proprio golden, bonaccioni e bellissimi che sono gli ultimi cani che vorresti avere per fare la guardia. Mi diceva che negli ultimi due anni sono almeno tre o quattro le coppie che si sono trasferite dalle sue parti, “per sfuggire al caos della città” ovvero “per riscoprire finalmente la gioia del silenzio”. Hanno comprato, e sistemato come se davvero ci dovranno passare il resto dei giorni. Mangiano e bevono a chilometro zero, sono dei grandi esperti di miele e vino senza solfiti, fingono ancora di essere un pochino impacciati quando si devono relazionare con qualcuno e quasi tutti sono senza figli o ne hanno uno che non si vede mai. La cosa importante però non è questa, è che in tutti questi casi il marito fa un mestiere figo a casa, tipo programmatore o uebd’sàiner, un altro disegna fumetti a quanto pare, uno boh forse è disoccupato, e tutti questi maschioni, non uno escluso, fingono di raschiare l’orto, di raccogliere due cavoli ogni tanto che magari hanno preso dal frigo per fare la scena, e per questo si sentono autentica gente della terra. Lo dicono proprio, ce lo vogliono infilare per forza nelle conversazioni. Qualcuno ha l'ardire di mostrarteli i frutti del sudato lavoro. Ti prendono per mano con un sorriso da fetenti e ti obbligano a seguirlo in cucina, dove ci sono i cadaveri vegetali in bella mostra sopra uno strofinaccio ancora neanche puliti bene. Anche quando comprano il miele lo guardano, lo osservano a favore e controluce, esprimono pareri. Non è raro che elargiscano consigli su un restyling dell'etichetta. La moglie o compagna o quello che è, invece, che si vede molto poco in giro e ha la decenza di parlare l'indispensabile, continua a lavorare in città, in un ufficio o uno studio, e si fa in media un’ora di macchina al giorno. Alle sette e mezza è già fuori e non torna mai prima delle otto. Inoltre, alla faccia del chilometro zero, un giorno sì e uno no, lei torna con la macchina piena di sacchetti della coop.
venerdì 13 gennaio 2012
fame nervosa
ehi, falla finita di aprire il frigo di continuo. non c'è una possibilità una che quei quattro ingredienti rimasti si ricombinino in una maniera più appetitosa. e poi quel neon è davvero fastidioso.
zitto, o ci finisci dentro anche tu
zitto, o ci finisci dentro anche tu
c'è un giardino in fondo
Era un passante, la folla cercava di soccorrere a destra e manca tra le macerie, non si capiva più chi fosse vittima e chi soccorritore, tutti urlavano, si sostenevano l’un l’altro gridando di non mollare e nel frattempo imploravano l’aiuto di altri ancora, perché accorresse più gente possibile. Era un passante, e sfiorò i margini di quella folla. Alcuni lo guardarono sbigottiti, scandalizzati che non facesse niente, che non si rimboccasse le maniche e li aiutasse a scavare, ricoprendosi come gli altri di polvere e sudore. Chi in ginocchio, chi dimenandosi in terra, molti di loro lo insultavano e lo chiamavano vile e asociale, la bestia dicevano, ecco la bestia che non sa stare al mondo. A due che erano più vicini, lui che era un passante chiese Cosa è successo? Non vedi?, gli risposero gridando. Vedo, ma vedere non basta a sapere le cose. Voi sapete cosa è successo? Ecco un altro pazzo, ecco uno che si rifiuta di vedere le cose importanti, le cose come stanno! Il passante abbassò lo sguardo, e rimise le mani dentro le tasche. Ho già rinunciato a queste cose, aggiunse guardando già avanti. Se avete voglia conosco un giardino. È lì che vado.
Sono bastati quattro anni
La vita è strana, è strana perché succede tutto come in una formula, dove però senza che te ne accorgi si mischiano unità di misura diverse, e quindi non si può mai sapere, non hai idea alla fine di cosa prevalga. Ho sentito A, ieri sera. A è uno che scrive da dio, che scrive da sempre, che ha sempre detto Io devo fare lo scrittore. Certe volte m’ha pure rotto i coglioni con questa nenia, dico coglioni ma affettuosamente, perché in fondo ero complice. Ha pure pubblicato, con una casa medioimportante, era il 2006 mi pare e c'ha anche avuto il suo momento di celebrità. E invece l’ho sentito ieri dopo quattro anni, a parte qualche mail superficiale e forse due sms di auguri. Campa facendo il falegname, non proprio il falegname di porte, fa piccoli oggetti, soprattutto giocattoli, ma anche soprammobili o i giochi quelli di abilità di fronte ai quali le mie ginocchia si moltiplicano e le palpebre mi si abbassano leggermente. Dice che è molto più divertente di scrivere, guadagna bene, e ha quasi sempre la sensazione di un sorriso che gli fa compagnia sulla faccia. Volevo dirglielo, Certo che la vita è strana, ma poi mi sono fermato, perché magari si offendeva, per telefono non ci si capisce mai. È stato lui a dirlo, prima di chiudere, ma naturalmente a modo suo, con le sue parole che rispetto alle mie sembrano sempre con una dimensione in più. Mi ha detto Sai, la vita noi pensiamo che sia nostra, ma invece siamo noi che dobbiamo seguirla. E adesso ti saluto.
giovedì 12 gennaio 2012
Quel signore lì
Quel signore lì, ne sono convinto, quello ha girato il mondo. Si capisce da come tiene i capelli, una passerella di fili sottili bianchi grigi, color delle perle al sole, e si capisce pure da come fa il verso di altri, da come racconta le cose. India, io credo, Oriente, ma anche quell’Europa del Nord che ai tempi suoi non ti dico cos’era, la vera scoperta, la miniera di corpi bellissimi e civiltà, di senso algido e struggente insieme della vita, come il loro sole, quel sole che c’hanno loro. Lo incontro nelle passeggiate paminesche, passando per quella strada lì, dove ha messo su una boutique, uno stanzone arredato con due cornici di caminetto e uno specchio rococò enorme e messo proprio al centro. Tu entri e prendi i maglioni, le sciarpe, te le provi, quelle due o tre maglie e sciarpe che ha, perché ne tiene davvero poche. Ha qualcosa anche dentro i cassetti di quelle cassettiere alte quanto una libreria che tiene dischiusi, e fanno sembrare che le cassettiere sono in décolleté, così, le hai sorprese mentre si mettevano in ordine ma una volte che sei entrato prego s’accomodi. Che ha viaggiato, che è un uomo di mondo lo capisci soprattutto da quei pantaloni, a sigaretta nonostante c’avrà i suoi sessantacinque-settanta, e le scarpe, diomio, scarpe allacciate di pelle rossa e gialla, ma non rosso e giallo da fare romanista, un rosso e giallo che potrebbero essere tipo amaranto e ocra, pantone 186 e 102, per lo meno. Lui di pantone ne saprà a bizzeffe, la prossima volta vi racconto pure quello che gli ho sentito dire passando…
mercoledì 11 gennaio 2012
C'è pace
Un momento, un solo momento. God is an astronaut - Loss, imparato da qui e la risatina di Sartre che mi dice L'enfer c'est l'autre, e io che da una vita gli rispondo Ma anche tutto il paradiso possibile. Intanto mi godo questo piccolo lago di musica e acqua color argento appena scoperta, acqua densa come il mercurio, una nebbia chiara che sfoca i contorni delle montagne appena discese. Silenzio dentro la musica, una cosa preziosa. E intanto ringrazio di cuore mariaemma per aver accolto quello che scrivo.
martedì 10 gennaio 2012
Un altro insetto
Lo studio di registrazione a quest’ora odora di muffa. S’immagina che adesso, che il sole ha mollato anche le ultime propaggini oltre la piccola finestra a sfioro del marciapiede, sbuchino da sotto il mobilio in fòrmica dei pollini particolari, di un colore violetto, o bluastro, e che questi sprigionino quest’odore particolare. Non sgradevole del tutto, ma che un poco lo inquieta dal punto di vista igienico e della salubrità. Le sue dita magre scorrono sui cursori, rifiniscono i settaggi. Sta preparando una traccia sull’intonarumori per la lezione del professore. Lavoro non semplice. Domattina il professore verrà eccezionalmente in studio, verso le dieci, dopo la prima lezione, verrà a sentire personalmente. La sua telefonata era molto chiara, quasi perentoria, sempre di una squisita formalità, aveva detto Gentilissimo S., con la sua voce impostata, di diaframma, Come da accordi passerò da lei tra le dieci e un quarto e le dieci e trenta. A domattina allora, la saluto. Il professore non è mai venuto in studio, le altre volte è stato sempre lui a recarsi con un cd all’Università. Gli era piaciuto farsi annunciare dall’usciere del dipartimento, bussare, aspettare qualche secondo mentre l’attesa per così dire prendeva forma concreta. Il professore quindi lo invitava a entrare, lo faceva accomodare, e terminava le sue occupazioni urgenti prima di rivolgergli completamente l’attenzione. Lui aveva il tempo di ammirare l’arredamento, ma mai abbastanza per completare un solo elemento, e così passava gran parte di quel silenzio a riproporsi di conservare qualche dettaglio, da approfondire la volta successiva. Un vecchio fonografo, in particolare, prometteva di essere un oggetto interessante. Ma c’era anche un pugnale del Siam, forse, una di quelle cose che sembravano uscite da un racconto di Salgari. Dopo una trentina di secondi, in media, il professore si volgeva a lui, ma si vedeva sempre che un occhio, o un orecchio, o almeno una piccola parte di quel prodigioso cervello erano altrove. A lui però questo non dispiaceva, forse perché si sentiva così garantito di una certa indulgenza, in caso di imprecisioni più o meno trascurabili. Ascoltavano insieme l’intera traccia, e di solito il professore poneva alcune domande molto tecniche, sui filtri utilizzati o sul bilanciamento. Assaporava sempre la risposta con l’aria di chi dovesse verificare con il proprio palato quanto stava scritto sull’etichetta di un vino che forse avrebbe acquistato, quindi congedava il suo fidato collaboratore, porgendogli la mano e accennando soltanto ad alzarsi.
Il banco è sempre in disordine. Il monitor, ora che è spento, mostra impronte di dita oleose come se un bambino ci avesse giocato a schiacciare insetti. Dopo aver mangiato una di quelle sudicie merendine, magari proprio il figlio di quella del piano terra, magari in uno di quei rari momenti in cui S. si concede un caffè al bar di fronte lasciando la porta socchiusa. Questo odore è davvero insopportabile. Quella non è una finestra, è la feritoia di una cella, è impossibile sperare che aprendola si riesca a ricambiare un po’ l’aria. E poi, si sa, gli odori cattivi si accumulano tutti in basso. Gli odori dell’intero palazzo scendono giù fin nelle cantine, nei seminterrati. Alcuni precipitano dalle condotte, altri impregnano i muri e piano piano arrivano qui dove si trova lui. Lavorare in un luogo come questo non può essere una cosa positiva, si respira aria malsana, il lavoro stesso ne risente. E pensare a quante volte ci ha anche dormito, così per evitarsi il fastidio di tornare a casa, di farsi mezzora d’auto. È impossibile che il professore, in tutti questi anni, non abbia mai notato nulla. È indulgente, ecco tutto, è generoso e fa finta di non accorgersene. Prova per lui una certa simpatia, che forse confina anche con la pietà, o almeno con la compassione. Chissà quante volte quei cd che gli ha portato puzzavano, o erano sporchi, o graffiati. Nonostante la massima attenzione di S., che ha sempre fatto quel che poteva per apparire dignitosamente. Ma, appunto, per quel che poteva. Il professore ha fatto finta di niente, ma certo dentro avrà pensato qualcosa. Pochi secondi, perché è ovvio che non possa perdere tempo a occuparsi di gente inutile come lui, ma il tempo sufficiente per decidere qualcosa, una specie di piano. Un modo per trattarlo, per decidere cosa farne. E poi, mica S. ha mai assistito a una sua lezione. Come fa a sapere che usa davvero le sue tracce? È un etnoantropologo, il professore, nutre un forte interesse per le persone, ma di tipo scientifico, come un entomologo con i suoi schifosi animaletti. Gli appunti che prendeva durante i loro incontri non erano su qualcos’altro, magari erano proprio su di lui, sul suo atteggiamento così introverso, su questo maledetto difetto di pronuncia. Così, già l’ultima volta che S. è stato in dipartimento se ne poteva accorgere, notare che il professore era più distaccato, più estraneo. Gli ha dedicato meno tempo e infatti non ha voluto ascoltare l’intera traccia, come aveva fatto sempre. Era la traccia sul pianoforte viennese, sullo Streicher. Ha ascoltato quattro, cinque minuti, poi ha detto Va bene, va bene così, e l’ha licenziato. S. non ci ha badato lì per lì, ma adesso gli sembra un indizio evidente. Voice of Europe, il titolo del ciclo di lezioni. Almeno così gli ha detto. È un po’ di tempo, a parte questo episodio, che il professore gli dice cose che non lo convincono. Che senso ha Voice of Europe quando gli ha chiesto la traccia di un pianoforte del 1876? A volte si fa, a volte è capitato anche a S. di farlo, di dire qualcosa che distragga, che porti altrove l’attenzione.
Quale luogo migliore, d’altronde? E quale orario più adatto? Alle dieci, domattina, il traffico per strada sarà caotico. I pannelli che insonorizzano lo studio copriranno qualunque tipo di rumore. Dall’Università a qui sono pochi minuti a piedi, in quattro, cinque minuti avrà fatto. Non hanno mai voluto rimettere la portineria, e quei maledetti del piano terra lasciano sempre il portone aperto. Il professore lo sa bene, come tutto il resto.
lunedì 9 gennaio 2012
stira e ammira
l'appretto di mia madre di quando stirava e ancora io non facevo i compiti, o se li facevo finivo presto sbucavo dalla mia stanzetta e il pomeriggio potevo stare con lei, immersi entrambi nella luce gialla dei neon vecchi della cucina che ognittanto sfarfallavano per ricordarci che se ci vedevamo dipendeva da loro, e l'odore dell'appretto stiraeammira arrivava ovunque, specie sulla panca di legno tutto graffiato e ammaccato nella quale amavo sedermi e anche infilarmi sotto, nell'incavo, per nascondermi così per gioco, per conservarmi, per così dire, o semplicemente stavo seduto con le gambe penzoloni. Non facevo i compiti ma disegnavo sui grandi quadernoni a quadretti che ancora sono giù, nel vecchio studio di mio padre con le ante in ferro battuto, questo me lo ricordo, e disegnando tenevo la testa tutta da un lato per appoggiarmi sul braccio che non disegna ma di solito fa da treppiede e riposarmi mentre disegnavo e a mente mia ci vedevo anche meglio, così, di sbieco, perché forse già ero un poco miope. L'odore di appretto, come non lo sento da anni.
passeggiate bolognesi
poi dice bologna. In quale altra città al mondo sarebbe possibile trovare «professionista esperienza bla bla impartisce a Domicilio Lezioni di Equitazione». Piazza Cavour, vedere per credere.
a tanto così dalla soluzione
perché ragiono meglio con le cuffie indosso, cuffie belle grandi coi cuscinetti e la staffa e il cavo lungo a occhio 150 cm?, perché ho l'impressione di concentrarmi, di ragionare meglio anche se lo spinotto che pure è attaccato a qualche uscita non riceve un solo elettrone e, pertanto, in cuffia non si sente niente?
venerdì 6 gennaio 2012
ora che ho capito questa cosa mi sento più in pace
[note dal mio cdl di Crollo della mente bicamerale]
Naturalmente neppure la tecnologia dispone di una qualche volontà, e chi fantastica che verrà fagocitato dalle macchine è poco più di un cybermasochista. In altri termini sta cercando - nella cosiddetta singolarità - l’avvento di una nuova e onnipotente divinità. Perché stare da soli, badare a se stessi, essere padri e madri di se stessi, è arcifaticoso. Come non esiste la volontà, così non esiste la coscienza. Volontà e coscienza sono concetti dedotti e installati nel nostro io (ma si può ancora usare questo termine senza venirne destabilizzati?) a partire da una specie di illusione mentale. Più o meno come con gli occhi vediamo cose che non ci sono semplicemente per assecondare le nostre strutture percettive, allo stesso modo pensiamo. O almeno crediamo di pensare.
ps: cdl sta per cahier de lecture, pretenzioso ma vero
ps: cdl sta per cahier de lecture, pretenzioso ma vero
giovedì 5 gennaio 2012
loading - episodio 11. La gatta di casa
Gli uomini continuano a parlare, alimentando un rumore di fondo indistinto. Vorrei sapere di più, forse anche partecipare o almeno capire se potrei farlo, ma ogni volta che mi avvicino le parole risultano incomprensibili, come un cristallo di neve che si liquefacesse al mio approssimarsi. Comincio a pensare che parlino una lingua straniera e che certe parole suonano simili per una specie di inganno. Rovisto in quella piccola folla considerando i volti carte di un mazzo sparpagliato, un mazzo di carte vive e insubordinate che hanno appena scoperto di poter esistere al di fuori di un gioco prestabilito. C'è dell'eccitata spavalderia, in loro. Qualcuno ha il dorso rosso, qualcuno blu: si voltano un poco, per mostrare agli altri a che fazione appartengono, quindi riprendono a dirsi quel che avevano sospeso per un momento. Picche, cuori. Il re, il re governa ogni cosa, è a lui che alla fine dovranno chiedere di redigere il risultato. Da quello che avevo giudicato solo uno spiraglio, sulla destra, in fondo, e che invece è una porta vera e propria, viene fuori qualcuno. Due lunghe gambe nude e muscolose, levigate e lucide, ferrate alle estremità da un paio di sandali dal tacco sottile e vertiginoso, sbucano come una chimera dalla sua tana. Nonostante da sole siano del tutto umane e perfette, un attimo dopo quelle gambe sembrano appartenere a uno struzzo, perché è l’insieme, è il resto di ciò che subito compare dalla soglia che le fa apparire così. La ragazza indossa ancora quell’assurdo gilet di pelliccia, che ora sembra ancora più gonfio e grottesco, e la fa apparire sgraziata e insolente in parti più o meno uguali. La testa è senza espressione, e non sembra accomunata a uno solo dei dettagli che l’hanno preceduta. Al di là di quell’avanzo di animale morto, e dei sandali, non indossa altro. Con i tacchi inchioda ad ogni passo la moquette lurida dell’insolita passerella che qualcuno ha srotolato chissà quanti decenni fa, forse per la visita di un ospite di riguardo, e l’incedere lascia segni che sembrano quelli di un minuscolo predatore o di un piccione dalle dita amputate. Nessuno, indifferente a uno qualsiasi dei tanti motivi che riterrei ragionevoli, si cura di lei. Neanch’io, del resto, mi meraviglio di incontrarla ancora. Stretta nel suo pittoresco non-abbigliamento si aggira per la sala, senza cercare l’attenzione di qualcuno in particolare. Neppure io, ora, le interesso. Si rivolge chiaramente alle cose. Ha in mente un oggetto, e lo cerca come si cercherebbe una foglia dal profilo ben preciso in mezzo a una foresta, senza pretendere cioè che possa servire altro che la fortuna. Ma lei è forse il tipo da fortuna sfacciata, ed è per questo che non smette di cercare. Così, muovendosi con un leggero e svogliato movimento delle anche, propizia la buona sorte, e traccia delle traiettorie elicoidali che avviluppano i tavoli e le sedie, e i contenuti umani che incidentalmente li arredano. Come una gatta di casa nessuno si cura di lei, mentre spruzza da sotto la coda i suoi odori, e si soddisfa di qualche contatto accidentale, ma tutti sanno che c’è, e ne traggono una gran piacere.
Passa anche dalle mie parti, e io rimango volutamente fermo, immobile, e forse mi auguro di sembrarle una cosa anch’io, un oggetto a sua completa disposizione e, chissà, magari anche utile. Inspiro più forte, vorrei risucchiarla, almeno un poco, almeno qualche sua cellula superficiale. Uno di quei capelli mi basterebbe, uno di quei sottili capelli impigliato tra le punte sul mento che poco fa, quando non sapevo se entrare o meno, mi hanno quasi cartavetrato il polso. Ma come un asteroide che ha ben altre vastità da esplorare non cade nella mia orbita provinciale.
- Salve - provo così a riagganciarla, sperando nel brusio di sottofondo per evitare scene patetiche.
- Ora ci diamo anche del lei?
- Ciao, allora. Cerchi qualcosa?
- Le chiavi.
- Di cosa?
- No, nessuna chiave. Come hai fatto a crederci? Vedi case, auto, motociclette?
- Ci saranno delle cabine, da qualche parte. Potevano essere le chiavi della tua cabina.
Mi guarda, come un animale che sente un rumore nuovo, artificiale, e inclina la testa stupito delle inaudite frequenze. - Cabine? Quello che vedi è tutto. Non c’è altro a bordo.
- E dove passate la notte, allora?
- Questa che stai passando adesso, qui, non è notte, percaso?
Mentre mi parla finge di essere ancora più indaffarata, e usa la mano come fosse un piccolo rastrello, rimestando di qua e di là, tra alcuni oggetti alla rinfusa. A un certo punto ci mette quasi veemenza, perché forse mi vede tra quegli oggetti, e vuole spostarmi di forza. Ci sono molti aggeggi metallici, sembrano misuratori, e anche specie di microscopi o visori. Ghiere, piccole ghiere ovunque. È da quelle che sembra particolarmente interessata.
- Io credevo che stanotte si trattasse di un caso eccezionale.
- Si vede che sei in cerca di eccezioni
lunedì 2 gennaio 2012
un angelo è impigliato
di fretta, ascensione complicata
il messaggio sta per evaporare
un angelo è impigliato
tra le setole del pittore ambizioso
sabato 31 dicembre 2011
sentitissimi auguri, a lei e signora
come a ping pong, sbirciamo attraverso la rete
augurandoci che il colpo - spumante
botti, applausi - abbia buon esito.
in quel bacio sacrale stempererò la superstizione
ma il vuoto che l’ha contenuto
è tutto a buon rendere.
venerdì 23 dicembre 2011
Loading - episodio 10. L'ultima sedia
Così quello è il capitano. È come dovrebbero essere tutti i capitani, dotato di barba, maglia a collo alto di lana grossa, naso lungo e sottile, occhi che comprendono ancor prima di aver visto. Ma io non devo essere - volutamente - entrato nel suo orizzonte. Ho fatto un bel tonfo entrando, eppure nessuno si è girato. Stanno a un tavolo, parlano, bevono, due o tre stanno anche mangiando qualcosa, lo capisco dal rumore di posate a tratti molto operose. La prima cosa che vedo sono i bicchieri, di latta lucente. Sopra il tavolo un lampadario da cucina spartana, con il piatto anch’esso di latta, che oscilla leggermente mescolando la luce cremosa emanata dalla grossa lampada appesa sotto. Mi viene appetito, mi avvicino, cerco di richiamare la loro attenzione. In un angolo c’è il marinaio che mi ha accolto, ma adesso è tutto avvolto in una vecchia coperta, allungato su una sedia con gli occhi chiusi. È questo il suo sonno abituale, si vede. Non ci sono brande?, mi chiedo. L’atmosfera nel complesso è allegra ma avvicinandomi percepisco delle parole che suscitano qualche tensione, si parla forse di un errore nella rotta, di un guasto alla strumentazione, di un problema tecnico. I sorrisi che vedevo appena entrato, da vicino sono più delle smorfie di inquietudine. Il capitano ha alzato un momento gli occhi su di me. Gli è bastato uno sguardo dalla cintola in su per capire che razza d’uomo sono. Non devo averlo interessato, perché ha ripreso immediatamente i suoi discorsi senza neppure bisogno di pensare a dov’era arrivato. Gli altri lo hanno imitato e fanno come se non ci fossi. Io ne approfitto per curiosare tra gli avanzi dei loro piatti con l’impertinenza di un randagio.
La sala in cui mi trovo assomiglia a un salone. Qui gli uomini mangiano, passano gran parte della giornata e, a quanto pare, anche della notte. C’è un odore di carta bruciata che copre quasi del tutto il salmastro. In una specie di credenza sono affastellati centinaia di documenti. Da come sono disposti si direbbe siano caduti forse più di una volta, e che qualcuno li abbia sistemati alla rinfusa, come una valigia dell’ultimo momento. Nel piccolo tavolo di fronte a quello grande sono poggiati alcuni strumenti. All’improvviso, mentre credo di essere ormai svanito nel nulla, sento una voce netta e pungente che si rivolge chiaramente a me e mi aggancia come un grosso amo metallico: - Non li tocchi -. Non c’è alcuna tensione, ma il capitano vuole essere certo che quell’eventualità, che forse qualche mio gesto aveva ventilato, non si verifichi in nessun caso.
- No, certo - dico senza avere il tempo di prepararmi per quella mia prima emissione di voce in pubblico. Riavvolgo i miei passi e mi allontano cautamente da ogni tavolo. Ora cerco una sedia, e stranamente non ne trovo a disposizione. Ce n’è solo una libera, ma si trova a due posti alla sinistra del capitano. Dopo qualche incertezza quella sedia diventa la massima cosa cui abbia mai ambito. La vista della sua seduta lucente, concava, accogliente, è ormai un richiamo. Comincio a immaginare tutti i possibili percorsi che mi potrebbero portare ad essa. Fantastico sulla sensazione che proverei a starci seduto. Non vorrei in nessun caso distrarre il capitano, o infastidirlo, o nuocere in un modo qualsiasi alla sua conversazione, ma temo ogni momento di più che l’unico modo per raggiungere quella sedia sia passargli davanti.
Loading - episodio 9. Discesa
Non provo sonno, anche se dovrei ragionevolmente provarlo. Ma forse è stata l’emozione, è l’adrenalina che ancora non smaltisco, fino a un momento fa ero in balìa del mare e del suo nero, adesso tutto è cambiato, è ricominciato. Non me ne sono reso conto, si sa in casi come questi come funziona, tra un minuto avrò il crollo. Ma la verità è che è come se non fosse successo niente, e come se non aspettassi niente. Non sono veramente scosso, si direbbe che non sia passata attraverso il mio corpo nessuna emozione: ho compiuto dei gesti, prevedibili, e poi, trovata questa ringhiera mi ci sono avvinghiato come farebbe un animale cui si è guastato qualche meccanismo istintivo e non sa più niente del branco, degli istinti, della tana. Non sono neppure annoiato. Sono molti minuti che dico di andare sotto coperta. Ma perché dovrei? La vocina è sempre più flebile, convince sempre meno, evapora quasi tutta prima di arrivare alle mie orecchie. Intanto però mollo la presa, e ritiro le mani facendo una certa fatica. I palmi sono piagati, non sento nulla però, sono le mani bianchicce e segnate da lunghe fessure infiammate di un altro, di qualcuno che non mi interessa neppure conoscere. Potrebbero essere di un manichino. Se non avessi visto quei segni ripugnanti, che sottolineano come pieghe di un tessuto bruciato le basi delle dita, se non le avessi viste per caso, con la parte bianca dell’occhio, non avrei saputo in che condizione si trovano le mie mani. Ho bisogno di luce, adesso, devo controllare.
Così decido di andare sottocoperta. Ho cercato una via diversa dalla pertica, una scala che pure deve esserci, almeno per risalire, ma non l’ho trovata. Nel brevissimo giro di perlustrazione sul ponte ho trovato una porta, forse blu o verde, con una chiusura stagna da sommergibile. Deve essere quello l’accesso alla scaletta, non ho dubbi, ma non mi sono azzardato a toccare. Intanto però i miei piedi hanno compiuto quasi i passi di un gradino, poi di un altro, così, da fermo. Ho visto un cartello sopra la porta, privo di parole ma il disegno stilizzato è molto eloquente: due fauci di uno squalo che emergono spalancate sopra due onde parallele, e un omino che ci precipita dentro, proprio in bocca al pesce affamato. All’inizio mi è sembrato qualcosa di spiritoso e ho sentito gli angoli della bocca arricciarsi istintivamente. Poi mi è venuto un dubbio e ho guardato in direzione dell’unica luce che si vede, che è stata dietro la mia testa per tutto questo tempo, e che ora mi passa da un lato all’altro della fronte a seconda di come mi muovo, una cabina a prua con le pareti in vetro cui si può accedere solo dall’interno e che emana un bagliore desolato. Se c’è qualcuno che guida la nave è immobile, seduto da ore. Mi sarei accorto anche della più piccola ombra, del minimo movimento. Il rumore dell’acqua che attraversiamo senza fretta assomiglia al fruscio di una seta pesante, uno strascico che qualcuno dietro di noi continua a tirare. Noi: io e il vecchio? E basta? Magari c’è un sistema automatico. Mi trovo già sulla pertica, avvinghiato come una scimmia inesperta di questo genere di alberi. Basterà allentare un poco la presa e sbucherò anch’io di sotto.
domenica 18 dicembre 2011
Loading - episodio 8. Quella strana sensazione
Sono ore che navighiamo, ma l’orizzonte è ancora lì, immobile. È come se qualcosa non funzionasse in quello che vedo. La nave si muove, di questo ne sono certo. Mi sporgo per vedere meglio la poca schiuma lungo i bordi. Mi è impossibile da dove mi trovo andare fino a poppa, ma vedo comunque, alla poca luce che c’è, il biancore spettrale di una porzione della scia. Per un attimo, un solo attimo, penso che se andassimo alla stessa velocità della rotazione terrestre quello che appare ai miei sensi sarebbe possibile. Sarebbe come inseguire un’alba che non arriva, ma poi no, poi capisco che ho fatto i male i conti. Non puoi inseguire un’alba, puoi solo tenerla faticosamente alle tue spalle, come un branco di lupi affamati. È invece tecnicamente possibile inseguire un tramonto, ma comunque i conti non tornerebbero. Ci vorrebbe un jet, non una sorniona imbarcazione che andrà a dieci, quindici nodi al massimo. E poi ricordo perfettamente che era notte, prima, nella roulotte, e il tramonto è per definizione l’inizio della notte, non la sua conclusione. Mentre ricompongo queste considerazioni frammentarie, cercando di ottenere dall’insieme anche un solo dettaglio con cui possa sostenere decentemente una ipotesi, e che mi suggerisca il prossimo gesto, e anzitutto se c’è un gesto qualunque da fare, mi sento trascinato verso l’alto. Un cavo ha portato i miei occhi e la mia testa dove cominciano tutti i cavi, dove le carrucole cigolano e concedono gli spostamenti. Vedo ogni cosa come se fosse in miniatura. La nave è una riproduzione giocattolo, io un omino dai movimenti limitati, solo quelli previsti da articolazioni semplici, il mare una vasca allestita da giocatori fanatici che assistono divertiti alla scena. Ogni singola porzione di questo modello ha non più di due gradi di libertà. C’è un bordo, poco lontano da dove mi trovo, e forse loro sono affacciati a quel bordo, così come io a questa ringhiera sudicia per il salmastro, ma non posso vederli per via del buio. L’idea che a un certo punto, guardando fisso il nero sopra l’orizzonte appena percepibile, ci siano delle sagome, delle teste, dei profili umani giganteschi, mi riempie di angoscia. Sono loro che azionano le pompe che muovono l’acqua e danno l’illusione che sia il rimorchiatore a muoversi. No, non è vero neanche questo. Mi dovrebbe riempire d’angoscia, ma non succede. È la stanchezza la colpa di tutto, anche di questa distanza dalle mie abituali sensazioni. Ho scatole vuote disseminate lungo il corpo e la mente. Scatole che in una condizione del genere si riempirebbero normalmente di angoscia, freddo, paura, inquietudine, rabbia. Ma ora sono troppo stanco, e queste scatoline non riescono a riempirsi, e io mi meraviglio che rimangano vuote. Si negano con le loro esili palpebre di cartone. Sono evidentemente esausto e pochi minuti passati sul ponte mi sono sembrati ore. Devo decidermi ad andare sotto coperta, anche se non sento freddo. Sono stanco anche se le gambe non mi si piegano affatto. Mi devono offrire almeno un caffè e delle ragionevoli spiegazioni.
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